Che Te Lo Scrivo a Fare

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Quito, Martes 1 de Septiembre h.12.30

Senza che me ne accorgessi è passato agosto e la strana sensazione che in Italia l’estate sia finita e qui invece il tempo non scorra mai e le persone le cui abitudini non dipendono dalle stagioni non sappiano cosa voglia dire il cambio d’armadio senza dover aspettare il caldo per mettersi quel vestito fichissimo che ora però fa ancora troppo freddo e non abbiano bisogno dell’estate per essere felici e a fine agosto non gli venga nessuna voglia di maglione di lana sciarpa rossa e cioccolata calda è qualcosa che non mi abbandona e continuo a pensare se mai potrei vivere qui per sempre senza autunno né primavera senza il profumo dei primi mughetti che spuntano sulla siepe a marzo e senza il piacere di calpestare le foglie secche grandi e gialle che quel rumore è tra i miei suoni preferiti e quindi no, credo non potrei vivere per sempre senza che qualcosa scandisca il tempo che passa.

E in un mese sempre uguale è successo che mi sono fatta tagliare el cabello per 5 dollari con forbici Ikea acqua gelata e secador de pelo–questo–sconosciuto che potrei scriverci un libro sulla parrucchiera ecuadoriana insieme a quello sull’estetista tipico cliché latino tutta “mi amor mi corazón” pareti fucsia e “como son los italianos en la cama?”. Jesus. La verdad es que no lo se muy bien. E poi è successo che per la prima volta qualcosa è passato dal mio pensiero alla mia mano alla realtà e ho iniziato la costruzione del mio progetto con indigeni mingas e tanta pazienza che non mi sento più architetto che psichiatra data la quantità di persone con disturbi mentali che incrociano il mio cammino e credo di imparare ogni giorno molte più cose de la vida di quelle che mi sarei aspettata de aprender acá tipo che odio star dietro alle persone ma che a volte bisogna fare buena cara quando l’ingegnere di turno ti propone di costruire Dubai sopra il tuo progetto di turismo comunitario e che non sempre va tutto come dovrebbe andare a finire e che a volte organizzare il futuro è impossibile e questo me cuesta mucho.

E poi è successo che sono andata in Colombia fast and furious ida y vuelta così perché mi andava di farlo e non senza vergogna posso affermare che della Colombia ho visto solo cose di alto spessore culturale: dogana, centro commerciale dove gli ecuadoriani comprano papel higiénico a volontà, negozio de ropa interior, chiesa sopra un ponte, cani che si accoppiano e dopodiché chi guidava ha deciso fosse ora di tornare nella linda Otavalo. È successo anche che dopo la Colombia non mi sono lavata credo per quattro giorni dato che secondo la ley secreta del destino del mundo l’acqua alle 17 finisce e quindi ho passato il giorno del mio compleanno coperta di polvere improvvisandomi direttore di cantiere e soffiando su una candelina azzurra sopra un dolce al cioccolato tenuto in mano da un cameriere cicciottello di nome Wilmer e qualcuno mi ha regalato un poncho che ni cagando indosserò mai e un agenda magenta così bella che mi dispiace usarla e qualcun altro ha dipinto un sogno che gli avevo raccontato e nessuno mi aveva mai fatto un regalo così bello e di solito sono io che regalo disegni e forse ecco dovevo proprio arrivare in Ecuador per sapere cosa si prova a riceverne uno.

E infine è successo che nel giro di una notte bagno e febbre sono diventati i miei migliori amici e quindi chiamata d’emergenza ricovero all’ospedale dei ricchi (molto diverso da quello in cui avevano detto al mio amico “abbiamo finito il filo per cucirti il labbro, vallo a comprare e poi torna”) tre ore di flebo dottore con gli occhialini blu accompagnato da infermiera con la divisa a fiori e una coperta che sembra il piumone di camera mia e poi a casa che desde mi cama de muerte mi sento mia nonna a dirlo ma la salute es todo e io che credevo di avere gli anticorpi contro il mondo sono proprio una povera illusa.

Mañana es otro dia.

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Cuyabeno, Sabado 8 de Agosto, 18.04h

Una notte d’inizio agosto le strade senza luci a strapiombo in mezzo alle montagne che si susseguono fitte verso l’oriente si ricoprono di tonnellate di terra umida e questo per me significa undici ore di bus con l’aria condizionata sulle gambe che neanche ai Caraibi dopo avere guidato una jeep per quasi quattro ore spacciandomi per una turista arrivata l’altro ieri nella Repubblica delle banane che tanto comunque è tutto talmente negoziabile che coqueteo e multa vanno d’amore e d’accordo y “todo bien señorita siga no mas”. Listo.

E dopo la notte senza chiudere occhio arrivo nel cuore dell’Amazzonia con altre tre ore di canoa in mezzo al verde che più verde non si può mentre el guia che (Dio solo sa come) si è sposato una finlandese bionda e fica continua a parlare di sua figlia Lumi che vuol dire neve che si è una cosa molto dolce ma io vorrei sentire il suono degli uccelli che cantano e non delle sue corde vocali. E mentre questo continua a parlare un bambino di otto anni e una signora dal viso triste ci guardano arrivare da un pontile di legno a bordo del fiume contornato da alberi talmente fitti che a malapena riesco a vedere le capanne di paglia dove avremmo dormito e mangiato per tre notti a lume di candela senza luce elettricità telefono vestiti puliti e doccia degna di essere chiamata tale: insomma le cose che piacciono a me.

E la foresta amazzonica è come te l’aspetti cioè nessuna luce se non le stelle gigantesche nella notte scura nessun homo sapiens che assomigli lontanamente al concetto occidentale di uomo e tantissimi animali tantissimi alberi altissimi che tutto mi sembra issimo e io mi sento tanto piccola in mezzo alle liane e all’afa che ti uccide che l’unico modo per farsela passare è nuotare nella laguna al tramonto dopo aver camminato con il fango fino alle ascelle e lo zaino sopra la testa.

E quella signora dal viso triste si chiama Ilda ha cinquantadue anni nove figli raccoglie yucca e non è mai uscita dalla foresta e mi chiedo cosa sappia del mondo come passi le sue giornate e sorrido pensando alla confessione del marito “tenemos nueve hijos porque cuando era joven en Colombia hice una apuesta con unos amigos…” e Ilda aveva quattordici anni quando ha partorito il primo figlio che poi è la stessa età della sua sesta figlia che nemmeno lei è mai uscita dalla foresta e chissà se anche lei troverà l’amore lì e raccoglierà yucca e si dondolerà su un’amaca lilla come la madre aspettando le canoe arrivare.

E potrei scrivere dell’anaconda a un centimetro dalla mia faccia dei caimani dei delfini rosa che in realtà sono grigi de las aves delle scimmiette dei mosquitos che non mi hanno pizzicato dello sciamano che mi ha raccontato la sua storia e mi ha fatto una limpia dei bambini nudi che giocano con il fango e hanno pochi anni di differenza dalle loro madri del fatto che gli ecuatoriani de la Amazonia sembrano vietnamiti (o forse è solo la mia immaginazione) fatto sta che continuo a pensare a Ilda e alla sua vita e al fatto che se fossi nata lì anche io non saprei se l’Italia è baciata dal mare e se c’è vita oltre il Lago Agrio.

E torno a casa incantata e il bus non mi va più di prenderlo e allora a dedo fino a Quito anche se “estas en America Latina Chiara” e io penso che comunque meglio l’autostop qui che a Milano e chi guida si chiama Richard assomiglia a Jim Carrey e mi tocca le gambe quando parla e io fingo di dormire e quando mi sveglio sono già davanti casa, sana salva stanca e felice.

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Puerto Lopez, Domingo 26 de Julio 2015, 21.13h

Apro gli occhi.

Osservo l’orizzonte cercando di non pensare alle onde nel mezzo dell’oceano Pacifico su una barchetta bianca con una mela rossa nello zaino e le infradito a pois in mezzo a mille altre che se non prendo le verruche in Ecuador come a sette anni al corso di nuoto non le prenderò nunca mas en la vida e nella testa mi dico “fissa un punto fermo” e mi viene in mente la mia amica Vitti sul bus in gita in terza elementare con i braccialetti anti vomito ai polsi che ora vorrei tanto anche io mentre qualcuno mi regala un caramelo de leche dalla dubbia utilità e un batuffolo impregnato di alcol per pulire i pavimenti da spalmarmi sulla fronte (questo invece molto utile).

Poi sì ok tutto molto bello tutto molto figo soprattutto i due gringos seduti davanti a me che solo a guardarli invidio la mia amica che vive a LA ma in tutto ciò il mal di mare che non mi è mia venuto in ventitrè anni perché proprio adesso? Inizio a pensare sia mal di viaggio dopo 9 ore di bus a 220/h che davvero se non muoio qui non morirò mai ma poi la balena dalla bocca rigata a dieci metri da me che l’avevo vista solo in Pinocchio e il giro in tuktuk la terrazza sul mare al tramonto sbucciando mandarinas e leggendo racconti di paz stesa su un’amaca azul cielo e l’orizzonte che ora fisso solo per piacere e così tutto passa.

Oggi il (mio) mondo è bellissimo e diverso dalla (mia) vita quiteña dove poco prima di fare lo zaino in bilico su una sedia con una mascherina bianca e lo smalto rosso distruggevo un controsoffitto con un martello pesadisimo desiderando ardentemente di essere uomo per non dover cambiare braccio ogni cinque minuti mentre il mio amico Yaniv (due metri di altezza e cinque di spalle) scardinava porte come fossero burro.

Oggi il (mio) mondo è bellissimo anche seduta su una panchina di legno aspettando l’ennesimo bus mentre soffia un vento caldo e devo tornare dagli indigeni a mangiare cuy e patate e prego non mettano nessun film che parli di guerra o bambini cinesi a volume altissimo che io voglio solo ascoltare la mia canzone triste a volume basso e sentire ogni nota guardando il paesaggio di piccole catapecchie di legno illuminate da una fioca luce gialla che i miei occhi si riflettono nel finestrino e poi la strada continua ed è di nuovo notte.

Chiudo gli occhi.

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Quito, Domingo 5 de Julio 2015, 23.16h

Succede per caso di trovarmi nella parte di universo dove chi sta facendo il giro del mondo capita proprio sotto casa mia nella mia stessa nuova città al posto di essere sotto quel suo tetto mansardato circondato dalla neve guardando fuori dalla finestra mentre la sigaretta nel posacenere si spegne lentamente e io la schiaccio con le dita con un sottofondo di musica jazz e la pizza che si raffredda sul tavolo anche se non ci dovrei nemmeno pensare ma neanche parlarne come fosse un’ora fa e invece è l’altra mia vita di cui ogni tanto mi dimentico e che ogni tanto ritorna.

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San Rafael de la Laguna, Martes 16 de Junio 20.45h

Sono qui da quasi tre mesi e mi sono ormai abituata al dilatatissimo tempo sudamericano che se ti dicono sì spesso vuol dire non lo so e se ti dicono non lo so quasi sicuramente è no e se hai un appuntamento alle dieci puoi star tranquilla che nessuno si farà vivo prima delle undici e mezza e c’è sempre un Ramón di turno con i denti d’oro e una lunga treccia nera che si dimentica qualsiasi cosa tu gli dica e mentre pensa a dove farti dormire la notte ti serve un piatto di arroz chancho y tostado con quella bevanda schifosa a base di mais e alcol per pulire i pavimenti che la prossima volta la bevo ni cagando.

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Esmeraldas, Lunes 11 de Mayo 21.38

Prendi un martedì pomeriggio aburrido mangiando ensalada de fruta con crema de leche osservando il solito chico con gli occhiali del quale non sai il nome anche se così a occhio e croce potrebbe essere un Pablo un Juan o forse un Carlos che ti ricorda tanto Big Bang Theory (no non un personaggio, tutti quanti) e la sera ti scrive che il giorno dopo ti porterà un dolce buonissimo del pueblo piccolissimo dal quale viene ma tanto sai che non lo farà perché a fatica ti saluta in modo normale e per quanto la normalità non ti faccia impazzire preferiresti comunque un ciao ad un fischio sulle scale.

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Baños de Agua Santa – Otavalo – Ibarra – Lunes 20 de Abril 2015

C’è qualcosa di più meraviglioso del profilo degli alberi sulle montagne quando alle spalle hai la foresta amazzonica e quel colibrì ceruleo che non ti sembra vero sia volato sopra il tuo naso proprio mentre alzavi gli occhi dalla cascata ai tuoi piedi e davanti il sole tramonta riempiendo di luce speciale le foglie sul sentiero con una brezza leggera sul viso e un canelazo bollente in mano?

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