Che Te Lo Scrivo a Fare

Scrivo

Someone Like You

È buona usanza prestarsi i CD. Quelle vecchie cose tonde, lucenti e bucate in mezzo che si usavano nei lettori CD. Che ormai non si usano più. Tranne che nelle case, quando si vuole fare gli snob ma non si hanno i vinili. O nelle automobili, quando chi le possiede non ha potuto o voluto cedere alla dilagante moda del cavo AUX per iPod e smartphone.

È buona usanza, quando un CD viene prestato, chiedere sempre una canzone da ascoltare per prima. Una che non sia la “1”, una che non sia la più famosa. All’ultimo CD che mi hanno prestato l’ho fatto, e mi hanno risposto: «la 13». Quel CD era Caustic Love di Paolo Nutini, e “la 13” di quel CD era Someone Like You.

Someonel Like You è l’ultima canzone del disco, è la più corta – giusto un po’ più lunga di due minuti – e arriva subito dopo la più lunga, che è lunga sei minuti e diciassette secondi. Di solito mi piace analizzare le cose, e certe cose sono anche capace di analizzarle bene. Le canzoni no: non mi piace farlo e nemmeno ne sono capace. Con questa canzone capita che invece mi va. Perché se lo merita, perché mi piace un sacco, perché a prescindere mi fa simpatia una canzone che c’ha un titolo che non se la caga nessuno perché se devi pensare o cercare una canzone il cui titolo è Someone Like You pensi e trovi Someone Like You di Adele, mica la 13 del CD di Paolo Nutini.

Someonel Like You di Adele è grossa, potente, sbroffa. Il suo video su YouTube se lo sono visti in 547 milioni,64mila e 88 persone. Someone Like You che piace a me un video non ce l’ha e su YouTube se la sono ascoltata – guardando per due minuti la stessa immagine – un po’ più di 300mila persone. È strana, stramba: diversa da tutte le canzoni che in quel CD le arrivano prima. Inizia che sembra tristissima, poi arrivano dei suoni che invece no, ti sembra allegra, e poi però capisci che forse è malinconica e che quindi e tutt’e due le cose: triste e allegra. E la prima volta che l’ho ascoltata – e da allora ogni volta che l’ascolto – i primi secondi, quelli prima delle parole, io penso a un  carillon: perché sono suoni semplici, che rallentano. E dopo venticinque secondi sembra che già è finito. Poi invece inizia: che la ascolti e non puoi non tamburellare sul volate, o su quello che c’è. Che la ascolti due volte e alla terza già l’hai imparata: sono una cinquantina di parole, facile, veloci, bele.  Dicono che qualcuna come lei non la si può definire, o spiegare. Che qualcuna come lei neanche era previsto che lui la incrociasse. E invece.  Dice, lui, che è proprio fatta bene, lei. Dalle mani alla mente. In una canzone di due minuti e sessanta parole “Someone like you” lui lo dice sei volte. Che nemmeno serve proprio spiegare cosa come o perché. Basta dirle “qualcuno come te”. Che lei capisce.

Someone like you wasn’t meant to be defined
Or confined or even met eye to eye
Just there to be explored and then all the while adored
Someone like you, someone like you

Someone like you, is so beautifully designed
From the hands, all the way to the mind
Just there to be explored, and then all the while adored
Someone like you, someone like you

La la la la lalalalala
La lalalala

Quando finiscono le parole, nella canzone, inizia il “la la la la”: io quando lo ascolto penso a come finsice quella poesia di Misa Sapego: Soffrirò, morirò. Ma intanto, sole, vento, vino, trallallà. Dura due minuti Someone Like You ma io quando la ascolto penso a un sacco di cose. Belle, molto belle. Belle e strane, come la canzone. Avevo un CD quasi pieno un po’ di giorni dopo quel giorno che mi hanno prestato quel CD. C’erano sedici canzoni, perché ho scoperto che è anche buona usanza quando si fa un CD che deve durare tanto, lasciare che chi lo ascolti scelga una canzone. Mancava la 17. C’ho messo la 13 di quel giorno là.

 

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