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Fenomenologia di Bill Murray

Bill Murray è il postmodernismo. O meglio, la sua faccia lo è. Ne è emblema, simbolo. Me lo disse alcuni anni fa un professore universitario prendendo a esempio la sua faccia. Quella faccia sempre stanca, pallida, svagata, svogliata e persa non si capisce bene in cosa. Quella faccia in cui tutto – occhi, fronte, labbra e rughe – sembra non voler far altro che cadere verso il basso. Ecco, proprio quella faccia è stata per un po’ di tempo la mia idea di postmodernismo.

Il postmodernismo: postmodernismo_fight_club quella cosa strana e complicata di cui in tanti tanto parlano senza sapere bene cosa sia. Ecco, lo faccio anche io: il postmodernismo è una condizione di crisi, di mancanza di valori e ideali. È quella condizione in cui ad un eccesso di stimoli si risponde con un’assenza di azioni ed emozioni. Il troppo inibisce, manda a male e fa passar la voglia.  Insomma, sticazzi.

 

Fatto sta che per un po’ di tempo c’avevo creduto a quel professore. E Bill Murray era, nella mia testa, l’immagine di copertina del postmodernismo, e poco più. Ma, in realtà, questo seppur nobile ruolo di rappresentanza iconografica per una categoria del mio cervello poco rendeva merito a tutto quello che, oltre a quella faccia un po’ così con quell’espressione un po’ così, Bill Murray in realtà è.

Intanto il buon Bill è un attore coi controcazzi. È quello figo di Ghostbusters, è quello strano-fra-gli-strani nei Tenenbaum,  è Bill Murray che interpreta Bill Murray che serve caffè  in Coffee and Cigarettes, è un ottimo Franklin Roosevelt in un (pessimo) A Royal Weekend, è un meraviglioso perdente in St. Vincent, è compagno di squadra di Bugs Bunny e Michael Jordan in Space Jam. Ma poi, non c’è storia, è quel sublime personaggio che gira per Tokyo con quella sublime donna che è Scarlett Johansoon  in Lost in Translation.

Ma, in realtà, è soprattutto oltre il cinema che Bill Murray diventa quel molto-di-più che in realtà lui è. È altrove che l’uomo diventa leggenda. Sì perché Bill Murray è il massimo esponente della “spontaneous life”, del “perché no?”  al posto del più banale “perché?“, del fallo-e-basta. Perché Bill Murray talvolta e senza apparente motivo fa cose strane. Stranissime. E splendide. S’inserisce a caso in foto di sposi sconosciuti, si presenta senza preavviso a leggere poesie a dei carpentieri, s’improvvisa barista senza motivo,  atterra a Malpensa chiama l’amico George Clooney e si fa un paio di settimane sul lago di Como, partecipa a serate di karaoke con degli sconosciuti, si perde per Bali e lo ritrovano dopo qualche ora che da spettacolo in mezzo a un villaggio di divertitissimi contadini. Suona la chitarra con un certo Eric Clapton. Partecipa con convinzione a improbabili trailer di film in slow motion realizzati dai suoi fan.

Scrive il Time (mica Lercio): “Bill Murray is quickly becoming one of the most prolific party crashers of his generation”. Bill Murray, l’ha spiegato assai bene il regista di St. Vincent Ted Melfi “vive la sua vita nel presente. Non gli interessa quel che è appena successo. Non gli interessa cosa succederà. Non compra il biglietto di ritorno. Compra l’andata e poi decide se e quando tornare.”

Le storie di qui sopra sono tutte vere e provate. E ce ne sono molte altre, anch’esse vere e provate. Tant’è che una radio della città di Charleston (dove Bill vive e ricopre il doppio incarico di proprietario e “Director of  Fun” della locale squadra di Baseball) ha inaugurato la rubrica Where’s Bill? in cui vengono riferiti avvistamenti e spostamenti  dell’attore. Ma le storie su di lui sono così tante da non poter essere tutte vere. E infatti questa è la definizione che Urban Dictionary da per spiegare cos’è una Bill-Murray-Story: “an outlandish (yet plausable) story that involves you witnessing Bill Murray doing something totally unusual; often followed by him walking up you and whispering, “No one will ever believe you” and walking away”.

“Una storia bizzarra (eppure possibile) in cui qualcuno è testimone diretto di Bill Murray che fa qualcosa di completamente assurdo; storia che spesso si conclude con lui che si avvicina al testimone e, prima di andarsene, sussurra: nessuno ti crederà mai”Bill Murray Story, definita da Urban Dictionary

Alcune sono vere, alter probabilmente no. Ma, sicuramente, se Bill Murray fosse in quel luogo in quel momento farebbe proprio quello che queste storie dicono abbia fatto. Altro che postmodernismo.

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