Che Te Lo Scrivo a Fare

Scrivo / Viaggio

Australia: Luoghi Comuni su quel Luogo Lontano

Maledetti film. Maledetti libri. E maledetti i loro protagonisti – di solito poco più che ventenni – che partono, viaggiano, scoprono, capiscono, crescono e migliorano. E maledetto io. Che – poco più che ventenne – mi sono visto e letto quelle storie con quei personaggi intriganti, complessi e tormentati, mossi da intricati e affascinanti dilemmi. A quelle storie, a quell’età, ci credi. Il problema è che se vent’anni li hai in Brianza nei ruggenti anni ’10 del secolo ventunesimo, il raggio di scelte a tua disposizione è inesorabilmente ridotto. Per citare Maracaibo: fuggire. Sì. Ma dove?

 Avviso ai Lettori: quello che segue è un Post lungo. Secondo me, che l’ho scritto, abbastanza lungo. Ma non troppo lungo. Leggetevelo a pezzi come fosse a puntate, aspettate la pausa pranzo, il viaggio in treno, il giusto momento sul giusto water. Fate voi. Però dai, facciamo che lo leggete

 

Nato qualche centinaio d’anni dopo le scoperte geografiche fatte con le navi e qualche decennio prima di quelle spaziali fatte con le navicelle, le soluzioni disponibili per partire sono, in verità, alquanto ridotte.  Tre secoli dopo che il Gran Tour dei wanna-be-Goethe è passato di moda, quattro decenni dopo che Woodstock, i Volkswagen e le droghe sintetiche sono ormai mainstream. Metti anche che il nostro nuovo laconico e canuto Presidente della Repubblica c’ha tolto la naia che, perlomeno, poi c’avevi qualcosa da fare e da raccontarlo ai nipoti. Restano da fare il Cammino di Santiago, ma rischi d’incontraci troppi wanna-be-Paolo-Brosio. Ci sarebbe da fare la Transiberiana. Ma fa davvero troppo freddo. E poi i treni anche no. Ci sarebbe l’Alaska alla Chris McCandless, ma non so distinguere la rucola dal prezzemolo, figuriamoci la Hedysarum mackenzii dalla Hedysarum alpinum. Ci sarebbero l’Erasmus o vado-a-fare-il-cameriere-a-Londra-e-intanto-studio-giornalismo. Ma quelle sono vacanzette, mica viaggi.

Ecco, dopo aver perso per sempre tutti i lettori offesi per come ho definito la loro fuga a Londra e il loro Erasmus, posso proseguire.

Il viaggio, nel nuovo secolo, tocca farlo in Australia. Che è lontana. Che non fa freddo. Che c’ha st’alone d’avventura che nemmeno te lo sto a dire. Che tutti c’abbiamo l’Amico che su Instagram a Natale posta la foto fatta in spiaggia col costume e il cappellino rosso in testa, e poi la foto con la tavola da surf, e quella col canguro, e poi una con gli amici da tutto il mondo nell’Ostello quello figo. Una dalla barriera corallina, una del tramonto sulla spiaggia, una trentina dall’Opera House. E poi in Skype i “non sai che roba”, i “non hai idea”,  i “tutta un’altra storia”,  i “trovi lavoro in un attimo e pagano pure bene”, gli “è pieno di figa” come se piovesse. E giù andare. E allora, a una certa, ti vien proprio voglia d’andar giù, nella terra Down Under di cui l’Amico decanta le magnifiche e progressive sorti.

L’Australia, mi ha permesso – con un repentino cambio di verbi ausiliari –  di passare dall’avere quell’Amico, all’essere quell’Amico. E così, elevandomi a quel messianico status, ci sono andato. Ho potuto così capire meglio una terra che, in quanto a macchiettistiche e caricaturali stereotipizzazioni fa a gara solo con l’Italia pizza-mafia-mandolino, la Francia baguette-arroganza-e-niente-bidet e il Messico tacos-tequila-e-sombrero. Così, tornato dall’Australia, ho ben pensato illuminarvi su quello che ho scoperto e capito nell’isola nota per aver ospitato le avventure di Bianca e Bernie.

E dunque ecco allora una lista – disordinata e parziale – di quello che credo di aver capito dell’Australia, dall’Australia. Qualcosa è uguale, molte cose sono molto meglio, poche cose sono un filo peggio. Se ci siete stati potete scrivere che non c’ho capito nulla e che la mia è una pretenziosa e irritante demistificazione; se invece non ci siete stati – tranquilli – potete comunque continuare a offendervi per quello che penso di chi va a Londra.

C’È LAVORO PER TUTTI

Premessa noiosa: per andare in Australia (se non sei un turista, se non hai una moglie australiana, e se già non hai là un lavoro coi controcazzi a tempo indeterminato) ci vai con una Working Holiday Visa. È un visto speciale: dura un anno (rinnovabile per un secondo anno), lo puoi fare se hai tra i 18 e i 30 anni, è soggetto ad alcune – ma non troppe – limitazioni, costa 300equalcosa Euro. Lo fai in un’oretta, online, rispondendo a domande che per quantità e qualità  al confronto l’ESTA è veloce come una firma digitale fatta al corriere che ti consegna un pacco di Amazon. Ma tant’è. C’hai messo un pomeriggio, ti sei fatto la Visa, hai preso il biglietto e sei in Australia. Ti compri una SIM, apri un conto in banca, ottieni un TFN (codice fiscale): roba di tre giorni. E poi puoi cercare lavoro. E sì, lo trovi. In fretta. Davvero. Nelle città come cameriere, barista, quelle cose lì. Oppure prendi e vai nelle Farm, nell’interno dell’Australia (quel 98% del territorio in cui vive il 2% della popolazione) e fondamentalmente raccogli frutti (cosa che, se vuoi guadagnarti un secondo anno di visto, dovrai fare per almeno 3 mesi).

Esistono poi infinite e molteplici possibilità per lavori, lavoretti e lavoracci alternativi. Receptionist, istruttore di sub se lo sai fare, tuttofare da villaggio turistico, lavamacchine, giardiniere, babysitter, trasfocatore. Ci sono anche delle rarità: ho conosciuto minatori, pescatori di perle, allevatori di canguri o coccodrilli. C’è la fregatura, c’è il lavoro che guadagni abbastanza per andare in pari, c’è quello giusto che ti permette di fare 200 $ al giorno. E siccome quel lavoro sarà in un buco del culo in culo al mondo senza nemmeno un pub a portata di passeggiata non avrai nemmeno il modo di spenderli. E dopo 10 ore a raccogliere manghi, probabilmente nemmeno la voglia.  Quindi sì, c’è lavoro. Quel lavoro che puoi fare per qualche mese, quel lavoro che in linea di massima l’australiano medio non c’ha proprio voglia di fare. E se il tuo pudore italiano non ti impedisce di servire improbabili Penne Alfredo e discutibili Pizze con Ananas, o se il tuo corpo e la tua testa resistono a dieci e passa ore proprio sotto il buco dell’ozono, allora, sei a cavallo. A proposito, ho conosciuto anche chi, per l’appunto, a cavallo, ha fatto il mandriano alla Russel Crowe andando a raccattare bestiame per il bush australiano.

VADO, SVOLTO E NON TORNO PIÙ

Se il viaggio lo intendi come partenza e ritorno, l’Australia è perfetta. Se invece il tuo partire più che tra due parentesi lo vedi prima di tre puntini di sospensione allora le cose si fanno più difficili. Perché, tendenzialmente, l’Australia ha bisogno delle tue braccia per raccogliere papaie e servire caffè, meno – molto meno – per scrivere importanti mail di lavoro e chiudere affari milionari. Non ho conosciuto nessuno deluso dalla sua Working Holiday. Ho però conosciuto poche persone che, dopo un primo e un secondo anno di Working Holiday (come detto è prorogabile per un anno) abbiano deciso di restare in Australia. E non tutti mi sono parsi così felici. Perché dopo quei due anni, per restare in Australia ti serve uno sponsor, un datore di lavoro che dichiari l’insostituibile valore del tuo inestimabile apporto professionale alla sua impresa. E per almeno due anni ti tocca dipendere da quel lavoro, e da quel datore di lavoro. Se non riuscire a trovare un lavoro per il primo anno è quasi impossibile, non è neanche impossibile trovare uno Sponsor. Ma nemmeno è così facile.

Più che restare, insomma, la gente tende a tornare. Magari passando da Nuova Zelanda, Nuova Caledonia, Tailandia o Bali. Se sei un lavoratore qualificato – insegnante, ricercatore, avvocato, medico – possibilità ce ne sono (ma probabilmente se hai 22 anni e vai in Australia non sei nessuna di queste cose). Ce la puoi fare anche se vai a fare il cuoco o il cameriere ed è quello che vuoi continuare a fare per anni. È difficile. Ma non impossibile.

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Nando Pagnoncelli

Ora, siccome c’è un piccolo Nando Pagnoncelli in ognuno di noi, ecco il mio: nell’ultimo anno i visti Working Holiday concessi sono stati 239,492, quelli rinnovati per il secondo anno 45 mila circa, le sponsorship concesse 25,530. Insomma: uno si dieci sceglie di restare, e ce la fa. Uno su dieci. Che è  pur sempre meglio di uno su mille.

ITALIANI D’AUSTRALIA

Di tutta quella gente, gli italiani con Working Holiday sono circa 16mila. Quelli che l’anno scorso erano in possesso di una sponsorship 590. I cittadini australiani nati in Italia sono invece 185,401. Ecco fatto: dopo tutti questi numeri il Pagnoncelli che è in me giace esanime al suolo). I dati però parlano chiaro. Le tue migliori chance per svoltare in Australia sono passate. Dovevi emigrarci in nave trent’anni fa, salutando i parenti dal ponte della nave. Rischia di andarti peggio se parti oggi, mettendo hasthtag a raffica alla foto fatta dall’aereo in decollo dalla Malpensa. Ma non fasciamoci la testa. Qualcuno che ce la fa esiste. E, comunque, ce ne sono molti che partono. I backpacker italiani sono i sesti, dietro quelli britannici (che – pensa un po’ – nemmeno gli tocca imparare la lingua), taiwanesi, coreani, tedeschi e francesi. Di italiani ce n’è: abbastanza per trovarli se li cerchi. Ma non così tanti da non riuscire a evitarli se non li vuoi. E, di sicuro, non abbastanza per riempire tutte i ristoranti italiani d’Australia dagli evocativi e maestosi nomi (io, ad esempio, ho lavorato da Ciao Italia a Cairns e da Spaghetti Tree a Melbourne).
Quindi, giovani italiani, non temete. Non sarete soli. Ma nemmeno sarete troppi. Personalmente penso di aver sentito più italiano in un pomeriggio a Camden Town che in una settimana in Australia. australia_cane_gattoLa mia sensazione è che i viaggi dalla penisola a forma di stivale verso l’isola che sembra l’unione della testa di un cane e di quella di un gatto siano in aumento. Ma è soggettivo, e parziale. E il Pagnoncelli si sta lentamente riprendendo e mi guarda con aria di rimprovero perché la statistica è fallace e non verificabile. I dati in nostro possesso (scusate, avevo sempre sognato di scriverlo) dicono però, in realtà, l’esatto contrario: le Working Holiday richieste dall’Italia sono diminuite, rispetto all’anno precedente del 9%.
Di storie e dati sugli italiani all’estero sono pieni i giornali, ed è piena internet. Sugli italiani in Australia pure. M’immagino riunioni di redazione in cui a una certa uno dice “famo n’articolo per le nuove generazioni”, e allora felici come neanche gli sceneggiatori di Boris quando scrivono “basita”, decidono di fare l’inchiesta seria, con contorno d’interviste agli italiani in Australia. Quelli che scrivono quegli articoli me l’immagino però come dei giornalisti cinquantenni che in Australia ci sono stati in vacanza. Una volta. Quindici anni fa. Due settimane. Con un tour guidato, i sandali, la macchina fotografica piena di foto allo zoo e la valigia piena di inestimabili manufatti aborigeni made in China, carinissimi boomerang da mettere sul mobiletto, graziosissimi fermaporta a forma di canguro e discutibili magliette che “al figlio di tuo sorella piacerà tantissimo”. Ma questa è solo una mia arrogante e pretenziosa opinione personale. Perché, in qualità di Amico che c’è stato io posso arrogarmi l’assoluto e indiscriminato diritto di menarmela. Perché “io sì che l’ho capito l’Australia”, “io sì che me la son spassata”.

LA BELLA VITA

Che te lo scrivo a fare. È vero. Da questo punto di vista l’Australia è esattamente ciò che si dice dell’Australia. Le città sono dinamiche, pulite e stimolanti. Gli ostelli sono, nella maggior parte dei casi, un piacevolissimo tripudio d’interculturalità e giovani uomini e giovani donne in esplosione d’ormoni e socialità. E poi c’è tutto il resto: la barriera corallina più grande del mondo, Uluru, le spiagge bianche, le acque cristalline. Tutte quelle cose lì insomma. È anche vero che, però, ad esempio, non troverete molte folli feste sulla spiaggia. Per quelle, credo, meglio la Tailandia. L’Australia, a parte qualche sparuta enclave goliardica e libertina è uno stato ordinato. Uno stato in cui nemmeno ti lasciano bere una birra per strada. Ma gli australiani sono – nella stragrande maggioranza dei casi – gentili, ironici, e assurdamente disponibili. E i backpackers che non stanno lavorando, non stanno facendo muffa in un ostello, e non si stanno sfondando di canne a Nimbim (una di quelle imperiture oasi di controcultura sessantottina, come Christiania ma con più sole) viaggiano. E quindi le strade, sulle coste e in misura minore nell’entroterra, pullulano di aspiranti Kerouac.
Come scritto, i soldi li si riesce a guadagnare. E se l’idea è quella di spenderne la maggior parte viaggiando l’Australia è decisamente il posto giusto. Se invece di soldi ne avete pochi, o se il desiderio è spenderne ben più di quelli in vostro possesso, pensate un po’, ho pure il piano B. Potete provare ad emulare Abdelkarim Sehrani, un backpacker francese che, probabilmente affascinato da Prova a Prendermi, è andato a Hamilton Island – un’isola alquanto al largo della costa orientale dell’Australia frequentata dai briatori dell’altro emisfero – e, una volta lì, ha vissuto per due settimane da nababbo tra champagne fighe e elicotteri. Poi, a una certa, ha preso e se n’è andato, lasciando un debito di 20.000 e passa dollari. L’epilogo della storia: dopo qualche tempo, l’ente del turismo di Hamilton Island ha chiesto a Sehrani (che nel frattempo aveva scritto un libro sulle sue avventure) di diventarne ambasciatore e testimone di quell’isola. E via così: amici come prima. Gente bizzarra questi australiani.

GLI AUSTRALIANI

Gente strana, dicevo. La mia idea è che gli australianimelting pot a parte – somiglino molto agli inglesi. L’idea degli australiani è invece quella di assomigliare agli americani. La loro intima convinzione è, invece, di essere incredibilmente migliori di entrambi. L’Australia poi, seppur grande, resta sempre un’isola. E i suoi abitanti sono quindi isolani. E come tutti gli isolani sono strambi, orgogliosi, complicati. E cocciuti. Non a caso i due simboli raffigurato sullo stemma australiano sono il canguro e l’emu: due animali incapaci di muoversi all’indietro. Gli australiani vivono e soffrono anche una eterna rivalità coi neozelandesi. Tra l’altro, nel 2006, un australiano ha pure provato a venderla, la Nuova Zelanda, su eBay. Sorprendentemente non se n’è fatto niente. I connazionali di Megan Gale sono anche incredibilmente campanilistici e gli abitanti di ognuno dei sette territori in cui quella nazione è divisa non vedrà l’ora di ridicolizzare vizi, tradizioni e slang degli abitanti degli altri stati. Ma questo, in realtà, non è niente di unico.

Unico è invece il fatto che Bob Hawke, il primo ministro australiano in carica negli anni ’80, sia noto per esser stato il detentore del record mondiale di velocità nel bere una yard of ale: un litro e mezzo di birra in undici secondi. Il personaggio australiano più affascinate, birra a parte, è però indubbiamente Ned Kelly. Un fuorilegge hipster ante-litteram nato nel 1885, specializzato nei furti di bestiame e nel far girare i coglioni ai governanti di quella che allora era ancora una colonia britannica.ned_kelly_che_te_lo_scrivo_a_fare_australia Un po’ Robin Hood e un po’ Salvatore Giuliano, Kelly è diventato una leggenda grazie alle sue gesta. Gesta precocemente terminate quando all’età di 25 anni, dopo aver sempre più fatto girare i coglioni agli inglesi è stato arrestato e giustiziato (dopo uno scontro a fuoco che al confronto Alamo è una partita a nascondino). Leggenda vuole che, prima di essere ucciso, Kelly abbia pronunciato le parole “such is life”. Fidatevi, una storia della madonna. Gli australiani veri, in realtà, sono però gli aborigeni. Quello degli aborigeni è una questione immensa, grande come Uluru, e parlandone si sta in un instabile equilibrio tra il buonismo e il razzismo. Un equilibrio in cui non m’avventuro. Finito il libro su Ned Kelly però, se vi va, leggetevi pure qualcosa su di loro (no, non “E venne chiamata due cuori” che è una cagata pazzesca). Perché un popolo che 50.000 anni fa – non si sa come ne perché – è partito da non si sa bene dove (qualche parte tra l’Indocina e il pacifico) per arrivare in una terra che ostile è dir poco, ed è riuscito a sopravviverci per tutto quel tempo, merita decisamente una lettura.

SQUALI, SERPENTI, COCCODRILLI

Tra le altre cose, gli aborigeni sono riusciti a sopravvivere anche a qualche decina di animale assurdamente mortale. Squali e coccodrilli, al di la della cattiva fama, non uccidono poi così tante persone. Se sarete fortunati, non succederà. Se vorrete vederli, ma magari non mentre state allegramente facendo surf sulla vostra tavola, potete scegliere di pagare qualche centinaio di dollari e farvi calare nella famosa gabbia a guardare gli affamati squali bianchi al di là da essa innervosirsi perché non riescono a mangiarvi. Oppure potete pagare molto meno e salire su una barca che fa avanti e indietro per un fiume gettando pezzi di carne ad altrettanto affamati coccodrilli, probabilmente ignari di diventare il prezioso complemento di innumerevoli album fotografici. Squali e coccodrilli, bene. Mettici pure una mezza dozzina di ragni mortali e una decina di serpenti letali e il gioco è fatto.

No, troppo facile. Mancano  il blue ringed octopus, un apparentemente allegro e gioviale polpo di 20 centimetri, capace di uccidere in qualche minuto. Restano poi qualche manciata di specie di jellyfish, meduse. Questi esseri invisibili e senza cervello, per un buon 6-7 mesi l’anno possono essere ovunque al largo di qualsiasi costa nella metà settentrionale dell’Australia. Motivo per cui, tendenzialmente, il 50% delle coste – squali a parte – non sono propriamente consigliate per la balneazione. In realtà e in linea di massima dopo qualche mese laggiù però ci farete il callo e ai cartelli che indicano quali e quanti animali letali abitano quelle zone farete tanta attenzione quanta ne fate al box d’avviso che vi intima di non forzare la rimozione della chiavetta USB dal vostro PC. Per maggiori info sui suddetti animali vi rimando ai documentari di NatGeoWild, e alla canzone di qui sotto. Non posso però concludere questo paragrafo senza citare il cassowary. Un uccello da circa cinquanta chili, alto quasi due metri  e incapace di volare, che vive nel nord-est dell’isola. Il cassowary, che fa molto Jurassic Park, compensa l’inettitudine al volo con una quella che, letteralmente, è una testa molto dura. Se disturbato potrebbe infatti usare il suo massiccio elmetto contro chi osa importunarlo. Una meraviglia d’animale. Ahimè non l’ho visto. Ed è il mio più grande rimpianto.

LA VUOTA RETORICA DELLO ZAINO PIENO

Fortunatamente, pensando all’Australia, non ho il rimpianto di non esserci andato. Ho raccolto pomodori, uva, manghi e pere. Ho visto la foresta pluviale da una parte, la spiaggia in mezzo e la barriera corallina più grande del mondo dall’altra. Ho fatto baldoria a Byron Bay, ho fatto barbecue sulla spiaggia a Surfers Paradise, ho speso 2500 dollari per una macchina, l’ho usata per fare la costa est da Cairns a Melbourne e l’ho rivenduta a 3000 dollari. Sono stato a Fraser Island. Ho guidato sulla Great Ocean Road. Ho ascoltato Xavier Rudd nel posto giusto per ascoltarlo. Ho lavorato con un vecchio che da giovane aveva suonato con Johnny Cash nel suo tour in Australia. Ho dormito più notti in una tenda che su un letto. Ho guidato qualche migliaio di chilometri in mezzo al nulla per andare a vedere un grande sasso in mezzo al nulla, ed è stato assurdamente affascinante. Sono stato a Wolf Creek dopo aver visto questo film (una sorta di Wrong Turn, però con i canguri, molto in voga tra i backpackers), ho visto Coober Pedy che oltre ad avere ancora pezzi di set di Mad Max è la città con gli abitanti più strambi del mondo. Ho nuotato a un paio di metri da dei maestosi e pacifici squali balena. Ho conosciuto un sacco di bella gente e fatto un sacco di belle cose. Non poteva andarmi meglio.

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Tipica Coppia di Australiani Innamorati


 

Ora invece sono qui. Piove. Ho freddo. Ho il naso tappato e m’inizia pure a far male la gola. Ho sonno. Sono seduto da troppo tempo davanti a un schermo troppo luminoso. Sono in Brianza. Sono più vecchio, più saggio e più triste. Ho smesso di leggere e guardare quei maledetti libri e quei maledetti film. Leggo gialli svedesi, tristi testi di saggistica e romanzi distopici. Guardo film noir, disilluse opere d’autore e intricate metafore sull’esistenza. Sono un luogo comune. Maledizione.

 


 

Finale alternativo e meno deprimente, più accomodante ed Hollywoodiano (e non necessariamente meno vero): “mollate tutto e andatevene da qui. L’Australia. Un’infinità di posti dove nascondersi. Un buon clima. Un buon mare. Pensateci.”

14 Commenti Australia: Luoghi Comuni su quel Luogo Lontano

  1. Anonimo

    Bellissimo racconto……mio figlio sta vivendo più o meno le tue stesse cose ed é partito non molto lontano dalla tua brianza….spero che abbia la fortuna di poter rimanere li!!!!!!!!in bocca al lupo anche a te…

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  2. Anonimo

    Il tuo consiglio di leggere il post a pezzi perché troppo lungo non ha funzionato! L’ho letto in un sol colpo! Bella lettura!

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  3. Mr.Vegemite

    G’Day mate!!
    Bravo. Grazie a questa analisi di viaggio ho scoperto il tuo blog.
    Sono giunto ormai ai miei ultimi mesi qui in Australia, dopo aver rifiutato uno sponsor tornerò a calzare il nostro amato Stivale. Chissà se il Nando Pagnoncelli che è in te aveva considerato questa fetta di viaggiatori…
    Ad ogni modo, dopo aver letto tutto d’un fiato il tuo racconto, mi sono commosso alla scena di Santa Maradona. Non potevi scegliere una conclusione migliore.
    Ava g’one

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  4. Daniela

    Bellissimo post scritto in maniera brillante ed originale!! Bravo, non i soliti racconti di viaggio pieno di luoghi comuni!

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    1. G.G.

      Spero allora che il prossimo luogo (di viaggio) e il prossimo racconto (di viaggio) saranno all’altezza di questo

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