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Selezione all’ingresso. Al Louvre

Sono stata al Louvre quest’estate ed è stato mortificante. Incontrollati sciami di gente disinteressata e sporca si accalcano all’ingresso dei padiglioni, davanti alla opere, nelle code infinite per il cesso (non è un bagno). Si ammucchiano sui gradini, appoggiandosi stanchi e apatici alle pareti levigate di eterno, come se stessero in attesa negli ambulatori di paese alle vaccinazioni dell’ASL. La gente mangia, lavora, si scaccola, si riposa in giro per il museo. La maggior parte di loro è unta, puzza. Le ragazze indossano gli shorts, con tanto di chiappe e cellulite esposte; più su, i seni in mostra e le scollature che manco in spiaggia. Nessuno ha idea di dove stia andando, di cosa stia guardando, del perché sia lí.

Gironzolano a caso, fra i corridoi, annoiati ed esausti. Devono dire, al ritorno a casa, di essere stati al Louvre; anche se la cosa gli fa effetto come lo fa un calice di Valpollicella su un tavolo dell’Oktoberfest . Che sia il corridoio del Louvre, dell’Outlet di turno o di Orio Al Serio, per loro sembra non fare differenza.

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Non è obbligatorio visitare i musei. Anzi. Se non avete interesse di vedere qualcosa in particolare, ve lo sconsiglio vivamente. Ci sono diverse categorie di visitatori cafoni: dall’italiano che si inorgoglisce davanti ai nomi dei pittori che né a casa propria né tantomeno al liceo si è mai cagato; fino all’americano che, nonostante non abbia la minima idea di chi sia Botticcelli, dice che “gli piace come è pitturato. L’accostamento di colori”

I peggiori però sono i cinesi. Vade retro relativisti della political correctness, i cinesi sono maleducati (se non altro secondo i canoni europei dell’educazione) e terribilmente sporchi. O almeno, tutte le centinaia di loro che erano al Louvre lo stesso giorno in cui c’ero io. È la verità. Si spostano in gregge, agghindati con quei tessuti multicolore di piombo che imitano le griff occidentali, sostando davanti ad ogni singolo quadro che incontrano, in massa e a spintoni: lavori piccoli, grandi, noti e meno noti, fanno almeno 20 fotografie ad ogni cazzo di singola opera d’arte. Malati del senso di riscatto e invidia che portano nei nostri confronti, fotografano i quadri da soli, con se stessi, con la nonna e con il figlio unico. Ma la cosa che più mi fa incazzare è che fotografano con il flash, nonostante i richiami del personale.

Ora: al Louvre entrano tot visitatori l’anno. Bene: immaginate se ognuno di essi fotografasse le opere con il flash. Ma non finisce qui: le astine per i selfie cazzo. Le adoperano indistintamente, nonostante i divieti, prendendo a stangate gli attigui passanti, rischiando di colpire le pareti e facendo suonare gli allarmi delle distanze di sicurezza dei quadri.

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Avevo già visto la Gioconda anni fa. Non fu impressionante, ma è un momento che ricordo. Ho come respirato le polveri di un passato fasto e rinsecchito, che emanava ancora un buon profumo, come i pout pourri nelle sale d’aspetto dei dentisti. In una fila ordinata, silenziosa, che scorreva man mano, dopo che ognuno si era preso la propria solitudine con il quadro, con Leonardo. Nel 2015 davanti alla Gioconda c’è una mandria di bestie imbufalite che si spinge e si strattona per raggiungere la posizione migliore per il selfie col quadro, con e senza asta, che urla, che controlla l’esito della propria faccia di merda, che suda, che puzza, che ruspa. Nessuno guarda la Gioconda. Il gioco è raggiungerla, scattare il selfie, controllarlo e, nei casi più disperati, persino postarlo. Non c’è un contatto visivo con l’opera, non c’è alcun tipo di relazione, esperienza, emozione. E allora cosa c’è? Una massa senza premure, senza visioni, senza strumenti. Ci hanno, come ci han sempre voluti.

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Vedere gratuitamente Parigi (sono una cittadina unionale 25enne; non ho pagato niente) è stato brillante. Ma giuro, preferirei che si inventassero qualcosa: una tassa, una prenotazione, un quiz motivazionale all’ingresso, una selezione all’entrata, o più semplicemente un tetto massimo di visitatori al giorno. La cultura non è per tutti, non è per la massa, nonostante sia di proprietà della moltitudine e del suo incessante ricambio. La cultura è per chi la può comprendere, rispettare e amare e mi prendo volentieri della dispotica, se queste sono le modalità per conoscerla.

Diciamo che a Francoforte avrei preso un caffè con Adorno, piuttosto che con Benjamin. Il collettivo non è predisposto a recepire l’arte: per quanto si creda libero, i suoi gusti e le sue scelte sono drogati dalla merda della nostra mediocre vita quotidiana e dal sistema che la alimenta. Le coscienze sono addormentate. L’arte è l’unica cosa che resta. Sempre. Dovunque. Ma il sandwich sulle scale, con tanto di maionese che cola sul marmo immacolato, è di gran lunga più urgente.

2 Commenti Selezione all’ingresso. Al Louvre

  1. Anonimo

    Che dire? Se non che hai perfettamente ragione, qualcuno ha detto “la bellezza salverà’ il mondo” ma se il mondo non vuole essere salvato….!!!!!!

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  2. elnoralai

    Mi dispiace molto dirlo ma trovo il tuo articolo di bassissimo livello e discutibile gusto. Se invece l’intenzione era di ironia o satira, beh non ci sei riuscita perché sono ben altro.
    A parte l’introduttiva descrizione da diario personale di una liceale, penso che elevarsi in quel modo sopra la massa non significhi proprio essere migliori della massa stessa. Hai scritto veramente che erano sporchi e puzzavano? E confermi pure che sia la verità? Tutto ciò mi lascia allibita. Sai quanto puzzavo quando ho girato NewYork camminando in luogo e in largo da mattina a sera perché avevo tempo breve, con bettola a inculandia e non volevo perdermi niente?
    Visitare i musei dovrebbe essere obbligatorio e se dovessi sentire un Americano non istruito commentare un Botti(c)celli con “gli piace come è pitturato. L’accostamento di colori” proverei tanto interesse per il suo commento non disgusto. E se non si ha interesse di vedere qualcosa in particolare, io consiglierei vivamente di entrare in un museo, anche solo per fare un giro.
    Le uniche cose con cui sono d’accordo sono il discorso dei flash, le astine dei selfie e l’esagerata presenza del quarto medium, il cellulare. Quarto perché: il primo in assoluto sono gli occhi attraverso i quali la mente naviga, il secondo è il quadro attraverso il quale l’arte si palesa e il terzo è la sala e il museo stesso attraverso il quale la cultura viene condivisa. Perché l’arte è stata per troppo tempo elevata ad Arte, a qualcosa che non è, ossia riflesso ideologico di classe. La creazione artistica non è individuale ma è prodotto della società stessa ed è così che dovrebbe essere fruita: attraverso la società. Adorno parlava di consumismo e di industria culturale, se tanto lo volevi tirare in causa avresti dovuto parlare del merchandising dei negozi all’interno dei musei, e il discorso sarebbe stato sicuramente più interessante. Mentre il tuo astio nei confronti dell’odore umano e la tua convinzione per una fruizione dittatoriale lasciano il tempo che trovano.
    “Una tassa, una prenotazione, un quiz motivazionale all’ingresso, una selezione all’entrata, o più semplicemente un tetto massimo di visitatori al giorno”. Una doccia a gas (eau de toilette si intende) all’ingresso no? Sono metodi già adottati ed infatti a mio parere sono cause e non rimedi dell’atteggiamento sbagliato della gente nei confronti del luogo museo.
    La cultura non è solo per chi “la può comprendere, rispettare e amare” perché è incondizionata.
    L’arte è cultura e la cultura è per tutti perché fondamentalmente è di tutti.

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