Che Te Lo Scrivo a Fare

Viaggio

Viaggio di nozze. Stati Uniti. On-the-road.

Che ore sono in Italia? Boh, martedì? Qui è quasi ora di cena, probabilmente è lunedì ma a noi sembra domenica. E quindi boh, potrebbe essere notte fonda lì da voi, così come pomeriggio. Ma poco importa.

Ad ogni modo, la cosa bella è che dopo un viaggio durato, fra tutto, 22 ore – delle quali 21 dormite con la bocca aperta – è iniziata la nostra luna di miele. Siamo arrivati a Phoenix, Arizona. Una sola parola: caldo. Ma un caldo inenarrabile. Tipo che quando scendi dall’aereo ti sembra di aver un fon puntato direttamente in faccia. E calcolate che noi siamo atterrati a mezzanotte.

E non parliamo dei 35°C delle 8.30 del mattino. Ma poco importa perché noi, appena svegli, ci siamo buttati nella piscina del nostro super resort a Phoenix. Solo, ci aspettavamo che almeno l’acqua fosse fresca. E invece no, temperatura level: brodo.

Lasciamo Phoenix e ci avventuriamo sulla nostra tamarrissima Jeep bianca nelle immense distese dell’Arizona: strada dritta per sempre, a destra deserto, a sinistra deserto, ovunque cactus.

E tutto un tratto ti viene una fame atomica mentre ti ritrovi in un paesello che si chiama Williams. E proprio lì sulla sinistra, tra decine di bandiere a stelle e strisce, appare quasi per magia il Jessica’s. Entriamo da una porta cigolante e contiamo le persone presenti: 4. Una cameriera, Rebecca, con un solo dente in bocca e 30 anni sulla carta d’identità, suo padre, panzone di origine greca, sua moglie (probabilmente Jessica) avvolta da un’aura di morte e sofferenza e, ovviamente, nemmeno un dente, e un signore con la barba bianca ubriaco. Non avremmo potuto desiderare di più.

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Torniamo a bordo della nostra Jeep, passiamo attraverso un temporale, fino ad arrivare a Tusayan, immersa nel Grand Canyon National Park.

E cammina che ti cammina ad un certo punto la strada si interrompe di botto e tu ti ritrovi sopra ad una cosa che pronti via ti gira la testa perché è troppo grande. Poi perché è troppo bella. Poi perché è talmente grande e bella che non riesci a tenere gli occhi fermi in un punto, ma continuano a seguire velocemente le rocce rosse come il fuoco. E pensi: “va beh, ma se esiste una cosa così frutto del lavorio della natura, io qui che ci faccio?”, dopo poco però non lo pensi più e ti rendi conto che la terra è una cosa stupenda, e un pochino ti senti onorato di viverci pure tu.

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Proprio mentre pensi alle cose più profonde dell’universo si siede di fronte a te una bambina bionda, bellissima, con la voce che sembra abbia respirato elio per anni. E questa che fa? Scoreggia che manco i camionisti di Bitonto.
Ooops! Excuse meeeee”. Va beh dai, per stavolta ti perdono.

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E alla fine ti addormenti senza cena, ti svegli alle quattro, affamato come un leone, e ti fondi di corsa e con un battito cardiaco decisamente fuori dal normale al Grand Canyon. E dopo qualche minuto ecco che dalle rocce perfettamente orizzontali che sembrano messe giù con la bolla da muratore, sbuca il sole, e picchia i suoi raggi su quelle buche che non finiscono mai. E tu sei sempre lì, senza fiato e con gli occhi spalancati nonostante l’orario. Esattamente in quel momento, io e quello che da un po’ è mio marito (i Brolli, d’ora in poi) hanno realizzato una cosa che per loro ha quasi dell’incredibile: si amano più che a Berlino (vi ricordate?).

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Com’è come non è, volente o nolente, però a una certa hai fame. Sono le 6.30 am quando ordiniamo due Canyon Burrito. Ci vengono serviti con una salsa piccante, e noi divoriamo tutto. La colazione è il pasto più importante della giornata, dicono. Detto fatto.

È ora di salire sulla nostra tamarrissima Jeep bianca, le strade americane ci aspettano. Salutiamo questa meraviglia che ci accompagna per un tratto, e poi iniziamo ad avere paura. Sai quando ti dicono che negli Stati Uniti tra un benzinaio e l’altro è capace di passare una quantità enorme di miglia? Beh, è vero. E noi eravamo in riserva sparata. Ma per fortuna abbiamo incontrato Cam. Ragazzo sui 25 anni, cordiale, biondo con gli occhi azzurri. Se finisse qui sarebbe bellissimo, invece continua: pancia da bevitore incallito, riporto in testa, un dente. Qui in Arizona le persona hanno un dente ciascuno. Beh, Cam ci fa benzina e ci vende un gallone di acqua naturale a 1.79$. Appena scopre che siamo italiani ci saluta con uno sdentato “Hola”, gli rispondiamo con un “Muchas Gracias” e ce ne andiamo. Ciao Cam, è stato un vero piacere.

Nelle 180 miglia percorse oggi abbiamo visto distese infinite di rocce e tre paeselli abitati da indiani Navajo che vivono serenamente sotto i 100°F delle 10 del mattino. E i serpenti a sonagli voi non lo sapete che rumore fanno. Fortissimo, che paura.

E il cielo, ragazzi. È enorme. Inizia alla fine di questa strada che è dritta finché gli occhi tirano e finisce ai lati e dietro, dove non c’è assolutamente niente. A parte i tre paeselli, ovviamente.
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Percorrendo queste immense strade dritte, ad un certo punto ci siamo accorti che c’era qualcosa che mancava. Ma cosa? Togliersi le scarpe? No. Abbassare i finestrini? Giammai, con 100°F (che non so quanti sono in Celsius, ma già che sono 100 si capisce che c’è caldissimo) è meglio non aprire i finestrini. Musica! Ecco cosa manca. Sulla strada per la Monument Valley in radio c’è solo una stazione: Radio Country. Il top della gamma.

Eppure manca ancora qualcosa. Cibo! Spazzatura, per l’esattezza. Così decidiamo di entrare nell’allegro paesello dal nome Tuba City e ci avventuriamo in un tipico Mart. Al suo interno 4 corsie dedicate a patatine. L’altra metà si divide in bibite gassate, dolciumi vari, cocomeri e carne essiccata. Usciamo con il nostro bottino (patatine, patatine e carne essiccata) e grazie a dio Cam ci aveva venduto il gallone d’acqua. Mai mangiato niente di più piccante.

Continuiamo il nostro percorso passando per Cow Springs, in cui effettivamente ci sono solo mucche. Pranziamo a Kayenta, insieme ad un pullman di italiani che ti fanno vergognare di essere loro connazionali, e, finalmente, alle 4 del pomeriggio, entriamo nello Utah e ci immergiamo nella Monument Valley. Che fa impressione perché ha questi sassoni giganteschi, rossi come il fuoco, che stanno lì, come se nulla fosse. E uno di quei sassoni da un lato sembra una signorina nuda, dall’altro un gufo. Tu pensa che storia.

Ed arriviamo in albergo, The View, entriamo nella nostra camera e vediamo questo. Addio.

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Siamo molto stanchi, ci guardiamo una partita di baseball in tv, ci spariamo pure un pisolino e ceniamo. Intanto nel cielo sbucata una luna grossa come una mongolfiera. Fra poco ci saranno le stelle della Monument Valley. Ma prima c’è un film western all’aperto insieme alla luna che sembra una mongolfiera.

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Quando rispunta il sole scopri un fatto molto importante, e cioè che, una volta valicato il confine con lo Utah, le persone cambiano drasticamente. Qui la gente ha tutti i denti. Incredibile!

Tra la Monument Valley e Moab abbiamo percorso una strada immersa in un incredibile paesaggio rosso in circa tre ore, ma la cosa bella è che siamo passati proprio nel punto esatto in cui il nostro amico Forrest Gump ha interrotto la sua corsa dicendo “Sono un po’ stanchino, credo che tornerò a casa ora”. Abbiamo corso pure noi, però poco che ci è venuto subito il fiatone.

Durante il nostro percorso abbiamo incontrato pochissimi paesi, tra cui Monticello, con un sacco di villette e cose carine. Qua c’hanno i soldi, ve lo dico io.

E poi arriviamo a Moab, ridente e caldissima cittadina dello Utah. Un po’ stanchini pure noi, optiamo per impegnarci il meno possibile: giro in Hammer in un parco nazionale non ben definito, 79$ a cranio. Prenotato. E poi scopri che l’Hammer che tanto hai sognato in realtà è una Jeep rossa di 25 anni fa guidata da Patrick. Il vecchio Patrick. Ragazzo giovane, biondino, occhi chiari, peli delle braccia biondo platino, cappellino. Molto americano Patrick. Ci porta su per delle rocce con la sua Jeep rossa di 25 anni fa insieme ad un gruppo di signori inglesi che ti prego, fatemi scendere all’istante. Se capitate a Moab e vi viene in mente di fare un’escursione del genere, datevi un colpo in testa. Però abbiamo visto delle impronte di dinosauro su delle rocce. Fico.

A cena siamo andati a piedi ad un drive-through di fronte al nostro hotel e non ci volevano dare da mangiare perché eravamo, per l’appunto, a piedi. Noi ci siamo rimasti molto male.

E poi arriva, come sempre, domani.

Ve lo ricordate David Bowie quando si chiedeva se c’era vita su Marte? Beh, la risposta è sì. E fidatevi, perché noi ci siamo stati su Marte. E siamo anche particolarmente sicuri che su Marte ci sia vita, o almeno che ci sia stata. Infatti, se vai a vedere il celeberrimo Arches National Park, in realtà, mentre paghi i 10$ d’ingresso, passi in un portale che ti catapulta su Marte. Terra rossa, aria rarefatta, caldo senza limiti, insomma, Marte, niente di più e niente di meno. E per quanto riguarda la vita, invece, abbiamo prove schiaccianti su civiltà aliene antichissime che hanno costruito ricchissimi templi e imponenti fortezze, statue di dèi e profili di grandi re. Per non parlare di certe finestre, appartenenti chiaramente ad antiche abitazioni, e di archi, costruiti dai più abili mastri costruttori alieni. È più che ovvio che sia così.

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Ritornati sulla Terra abbiamo iniziato un lungo percorso alla volta di Bryce Canyon, sempre qui nello Utah. Viaggio davvero infinito, una cosa tipo 280 miglia (che in km è sicuramente tantissimo), ma rallegrato da due cose: 1. dalla Dixie National Forest, che con il suo verde a cui non eravamo più abituati e i suoi 9.000 piedi (figuriamoci in metri) ha rinfrescato un po’ la nostra avventura. 2. le mucche. A decine. Una mandria di mucche ci ha attraversato la strada davanti. Noi morti dal ridere, giuro. Mai vista una mucca sulla strada in vita nostra.

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Finalmente arriviamo nella tipica cittadina del sud degli Stati Uniti, Ruby’s Inn, in cui tutto quello che vedi c’entra con i cowboy e con i cavalli e tutte le cose del far west.

Piove e siamo bloccati qui. Poco importa, la prossima tappa è Las Vegas.

Innanzitutto calcola che come minimo stai guidando da 4 ore nel deserto più deserto e il sole ti sta scottando la pelle passando dal finestrino. E poi all’improvviso ti ritrovi a Las Vegas. Non ci si può credere di essere veramente a Las Vegas. Ma soprattutto ci si crede ancora di meno quando entri nel Caesars Palace e ti metti in fila per fare il check-in.

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Diciamo che sei felice come un bambino a Disneyland, o qualcosa di simile. Praticamente ridi sempre. Un pochino meno quando si tratta di pagare: tutto costa una follia (tipo un bicchiere di prosecco $18 e non ti portano nemmeno due patatine). Ma chissenefrega raga: siamo a Las Vegas! Prima cosa fai aperitivo in un locale del Caesars Palace, e qui incominci a capire un po’ come funziona la situazione qui a Las Vegas: qui esistono sedie solo se bevi, mangi o giochi, altrimenti stai in piedi; qui le ragazze che lavorano sono bellissime, mezze nude e con le scarpe col tacco; qui puoi venire chiunque tu sia perché tanto qui vale tutto. Ma il top di Las Vegas lo abbiamo visto ad una festa in piscina al Tao Beach al quarto piano del Venetian (a due passi dal Caesars). Per prima cosa al Venetian ti sembra di essere a Venezia e, soprattutto, ti sembra che il soffitto, in realtà, sia cielo vero.

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Ma quando arrivi in piscina ti accorgi come effettivamente l’America e l’Italia siano così diverse, perché qua ci sono determinati elementi per cui se non ce li hai non sei nessuno. Vediamo un po’ quali sono questi elementi:

  • Se non hai le tette enormi non sei nessuno.
  • Se non sei nero non sei nessuno.
  • Se non hai i capelli lunghi non sei nessuno.
  • Se non sei totalmente ricoperto di tatuaggi non sei nessuno.
  • Se non hai la cellulite non sei nessuno.
  • Se non hai le smagliature non sei nessuno.
  • Se non hai il culone non sei nessuno.
  • Se non giochi a football, a basket o a baseball non sei nessuno.
  • Se non twerki non sei nessuno.
  • Se non ti fai video-selfie non sei nessuno.
  • Se non urli quando c’è la tua canzone preferita o comunque una canzone qualsiasi non sei nessuno.
  • Se non dai una pacca sulle chiappe a chiunque non sei nessuno.
  • Se ti giri a controllare chi ti ha dato una pacca sulle chiappe non sei nessuno.

È tutto così bello! Anche le ragazze più gnocche, più belle, più sexy (in una parola le più fighe) hanno la cellulite. Proprio come la Brolla. Siamo tutte belle qua, anche se siamo brutte. Poi è arrivata Paris Hilton e la magia è svanita, perché lei, effettivamente, la cellulite, le smagliature e il culone non ce li ha.

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Poi giochi a Black Jack, bevi, vinci e guardi i fuochi d’artificio del 4 luglio. E le persone, che sono tantissime, sono felici e si stupisco e urlano un fragoroso Oh My God ad ogni scoppio.

God bless America.

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Death Valley in italiano vuol dire Valle della Morte. E ok, questo lo sappiamo tutti. Quello che però forse non tutti sanno è che non è semplicemente un nome suggestivo giusto per attirare turisti. Quel nome, anzi quella singola parola –Morte – è lo specchio della realtà. Nella Valle della Morte, morire, è un attimo.
Ad esempio se fate come fanno i Brolli, cioè presentarsi nel parco all’1.30 di pomeriggio quando la temperatura è di 117°F (raga, sono 47,22°C, mica bruscoli) e tu scendi al di sotto del livello del mare nel deserto più caldo e infernale che tu abbia mai visto, voi siete pazzi. Non paghi, abbiamo anche deciso di farci una passeggiata per vedere un lago salato(chiaramente senz’acqua, solo con il sale). Insolazione assicurata, giramenti di testa, pelle secca e calda, tanto che se ci metti sopra un uovo cuoce. Faccia paonazza.

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Da queste parti, quando capiti in zone così calde e desterete, molto spesso gli americani le chiamano “Red Devil”, e tu, ovviamente, pensi che le chiamino così perché sembra un po’ l’inferno. E invece no. Si chiamano così perché se tu che ti trasformi in un demonio con la pelle rossa come il fuoco. Roba da guardarsi allo specchio e prendere paura.

E dopo questi momenti di panico abbandoniamo la Death Valley per iniziare il lungo percorso che ci porterà nella prossima tappa. Una strada che si arrampica sui fianchi delle montagne e che scende ripida nelle dune sabbiose del deserto. Sole cocente alternato ad acquazzoni e piccole trombe d’aria. Abbiamo anche visto un’aquila.

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E dopo aver macinato miglia su miglia, arriviamo finalmente a Mammoth Lakes, California, a 2.400 m. Alle porte della città abbiamo visto due cervi, e già per questo vale la pena di visitare questa cittadina che sembra essere a Canazei, però in California. Alberi, orsi, birre e biliardo: cosa volete di più? Ma non solo: qui, anche il 5 luglio, è Natale.

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Svegliarsi in una cittadina come Mammoth Lakes e respirare per la prima volta da quando sei negli States la sua aria fresca è il non plus ultra. Si inizia bene e siamo subito pronti per la prossima tappa: lo Yosemite National Park, che è proprio ad una manciata di miglia. Il parco, patrimonio dell’umanità, è gigantesco, una cosa come 3.000 km di superficie, inoltre è per buona parte allo stato selvaggio. Qui in America, molto spesso, l’uomo non ha saputo fare niente oltre che a colare  un po’ di asfalto per costruire una strada. E noi questa cosa la apprezziamo molto.

Appena entri nello Yosemite incominciano a farti un terrorismo mediatico serratissimo sul fatto di stare attenti agli orsi perché qui c’è pieno. I Brolli carichissimi non hanno fatto altro che cercare sti benedetti orsi, grizzly possibilmente, ma niente da fare. Nemmeno un orsetto spelacchiato. In compenso però ci sono distese sterminate di pini. Ovunque tu vada ci sono pini, ma anche di altri alberi per la verità. E un profumo di natura e di sottobosco delizioso.

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Lo Yosemite è roba da campeggiatori. Dentro infatti c’è un mega campeggio pieno di tende serissime e di campeggiatori con zaini e canne da pesca.

E le cascate, nello Yosemite ci sono anche le cascate.

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E poi va a finire che ti fermi a dormire in un posto che si chiama El Portal, dove anche qui, proprio come a Mammoth Lakes, è sempre Natale.

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Ma alla mattina c’è da svegliarsi presto perché stamattina non è una mattina qualunque. Stamattina andiamo a San Francisco.

Mentre ci si avvicina alla costa occidentale della California, tu manco te ne accorgi, ma inizia ad esserci un traffico pazzesco a cui non eri più abituati visto che hai appena passato una settimana nel deserto. E in men che non si dica ecco che sei lì fermo in colonna per un’ora. Ma non temere, prima o poi ci arrivi a San Francisco.

E la prima cosa che fai a San Francisco è consegnare la tua tamarrissima Jeep bianca (che non le abbiamo fatto manco una foto, povera bestia) e sostituirla con una Camaro cabro rossa come il fuoco. E sei subito il padrone di San Francisco e gli altri muti.

Ma c’è da correre perché noi facciamo cose fighe e andiamo allo stadio a vedere il baseball. La squadra di San Francisco sono i Giants e qui la gente sta davvero in fissa con sta cosa del baseball. Tant’è che l’intero stadio (sold out da 370 partite) (sold-out-da-370-partite, non so se mi spiego) è gremito di persone completamente ricoperte da gadget di qualunque tipo (cappellini, felpe, guantoni, sciarpe, coperte, biberon, davvero qualunque cosa) nero e arancio, che sono i colori della squadra.

La partita inizia e l’atmosfera nello stadio è la più rilassata che tu ti possa mai immaginare durante una qualsiasi gara sportiva. Non è posto per gli ultras, qua ci sono solo famiglie al completo, nonni compresi. Tutti felici, presi benissimo, che mangiano hamburger e bevono di tutto, basta che non sia acqua.

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E quando la partita finisce un po’ sei contento perché è durata tre ore e tu, giustamente, non ne puoi più, però un po’ ti dispiace di abbandonare quel clima di famiglia tipico di una grigliata domenicale.

GO GIANTS!

Appena arrivi a San Francisco non è che ti rendi bene conto di come sia fatta realmente. Forse sarà perché sei carico come una molla soltanto all’idea di essere proprio lì, forse perché quando sei arrivato c’era un sole mai visto a San Francisco, forse perché i Giants hanno vinto dopo 7 sconfitte consecutive proprio quando allo stadio c’eri anche tu. Fatto sta che la mattina dopo ti accorgi che c’è un freddo barbino (roba da magliette della salute), che c’è una costante pioggerellina che stai pur serena che avrai sempre dei capelli di merda è che tutte le strade di San Francisco hanno una pendenza di circa il 75% e, sicuramente, quelle che devi prendere tu sono sempre in salita.

In una città come San Francisco ci sono tantissime cose da fare e da vedere, una su tutte è il giro in bici sul Golden Gate Bridge. E figuriamoci se i quattro quadricipiti dei Brolli si lasciano scappare un’occasione del genere! E infatti eccoli lì, che sfrecciano come fulmini per le strade in salita di San Francisco.

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Di noleggi di bici c’è piena la città, i prezzi del noleggio giornaliero vanno dai $25 ai $35, chiaramente i Brolli hanno scelto un noleggio a caso e costava $36, che bello avere la fortuna di scegliere sempre le cose più care.

Com’è come non è, pedala, pedala, pedala, ad un certo punto ti ritrovi sull’oceano e appena lì sulla destra eccolo quel ponte tutto rosso. In effetti sì, è solo un ponte come tutti gli altri, solo che è rosso. Ma quando sei sotto il Golden Gate Bridge per qualche motivo un po’ ti emozioni, forse perché l’hai visto talmente tante volte nei film che quasi quasi non ti sembra vero, forse perché stai vedendo uno dei simboli più importanti degli Stati Uniti, forse perché, com’è come non è, è bellissimo, punto.

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E via, con la tua biciclettina sali sul ponte e, prenditela comoda, perché per percorrerlo fino in fondo 20 minuti ti ci vogliono tutti. Fai 25 perché a metà ponte ti devi fermare, un po’ per riprendere fiato, un po’ per guardare l’Oceano Pacifico che sta lì bel bello sotto la tua sella e in mezzo c’è San Francisco che ti guarda negli occhi.

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Una volta arrivato dall’altra parte veloce considerazione sulla gamba: se ne hai ancora torna indietro alla volta del Golden Gate Park, se non ne hai più scendi giù per una discesa senza mai pedalare, arrivi a Sausalito, la Portofino d’America, e sali sul traghetto che ti porta vicino vicino a dove hai preso la bici. Nel dubbio, noi, siamo tornati via mare e buonanotte al secchio.

Se per caso hai anche fame, puoi fermarti in un localino francese che si chiama Bouche, al 603 di Bush St: costa una fucilata, ma si mangia piuttosto bene. E ci sono delle candele molto belline.

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Noi comunque al Golden Gate Park ci siamo andati, in taxi però. Un rettangolone d’erba di più di 4 km quadrati. Anche qui, figurarsi, si cose bellissime c’è pieno, pensa che ci sono anche i bisonti! Ma la cosa più bella di tutte è il Japanese Tea Garden: nonostante ci fossero parecchi turisti, lì dentro ti viene addosso la pace, che nemmeno quella pioggerellina infernale può scalfire minimamente.

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E le carpe, ragazzi! In quel giardino c’è pieno di carpe, grosse e coloratissime. I Brolli si sono talmente presi bene che hanno voglia di tatuarsi carpe koi su tutto il corpo. A Oakland c’è uno dei nostri tatuatori preferiti del mondo, occhio che da San Francisco è un attimo.

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Il tempo di San Francisco finisce presto, ed è subito ora di ripartire. Quando uno pensa alla California gli vengono sempre in mente cose come: divertimento, feste, Hollywood, surfisti biondi e cose simili. Tutto vero, per carità, ma forse non tutti sanno che la California è patria di vino. Vino buono, oltretutto. Certo, niente a che vedere con il nostro, ma comunque rimane un vino più che dignitoso.

Tralasciando tecnicismi da sommelier che tanto non conosciamo, noi Brolli abbiamo potuto appurare che la più grande differenza tra il vino italiano e il vino californiano è che quest’ultimo è decisamente più alcolico. Possiamo tranquillamente ammettere che non ce ne siamo accorti annusando il bicchiere o facendo ossigenare il vino in bocca, ma alla fine di una degustazione fatta bene in uno splendore di paese che si chiama Carmel-By-The-Sea, abbiamo iniziato a ridere un po’ più del dovuto e non tutto sembrava chiaro. Tranne il fatto che i vini della California sono decisamente più alcolici dei vini italiani.

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Altra degustazione che vale la pena fare è quella dalla famiglia Stolo a Cambria, sempre qui in California. Gli Stolo sono di origine italiana e, nonappena hanno visto i Brolli italianissimi, le due signore dietro al banco sono impazzite, specie quando abbiamo detto che il segreto della carbonara è il guanciale. Si sono segnate la ricetta con le lacrime agli occhi.

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Altro giro altra corsa, ennesima degustazione di vini a Santa Maria. Persone presenti: la ragazza dietro il banco, una signora al secondo margaritas, i Brolli alla terza degustazione di vini. Tempo zero il nostro inglese si fa decisamente più fluente e diventiamo gli idoli indiscussi della ragazza dietro al banco e della signora al secondo margaritas. “Ci siamo appena sposati” diciamo. “Congraaaatulations” ci dicono. “Volete vedere qualche foto?” chiediamo. “OH MY GOD! YES YES YES” rispondo.

E finiamo così il nostro terzo e ultimo wine tasting della giornata: abbracciando forte la ragazza dietro il banco e la signora al secondo margaritas.

E laggiù c’è l’Oceano, che più lo guardi e più è grande.

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L’oceano. Che poi uno dice: l’oceano, e che sarà mai? Vado in Liguria tutti gli anni, vivo su una penisola, se permetti, io lo so bene che cos’è il mare. E l’oceano ok che è più grande del Mar Ligure, ma cosa vuoi mai? Una spiaggia è pur sempre una spiaggia: sabbiamarecielo.

Eppure. Eppure quando vedi l’oceano ti rendi subito conto che non assomiglia per niente al mare che hai sempre visto. L’oceano è enorme, e si capisce perché l’orizzonte, per qualche strano motivo, è più alto. E tu sei lì, piccolo piccolo, di fronte a questo orizzonte così grande e non c’è bisogno che tu faccia niente, perché ci pensa l’orizzonte.

E costeggiando questo oceano, immerso nel più profondo traffico, percorri la California, attraversi Malibu e pensi a tutti i modi possibili per diventare miliardario perché ci sono delle case a Malibu che tu non puoi capire.

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E, con una media di 3 miglia orarie, arrivi a Santa Monica, con le sue spiagge sterminate che ti sembra quasi di essere in Romagna, solo che qui c’è l’Oceano. E in più ci sono comunità hippy che fanno yoga al tramonto, ma soprattutto, aSanta Monica c’è il Pier, il molo: qui finisce la Route 66, qui c’è un luna park che sembra essersi fermato agli anni 80, qui è il posto perfetto per il primo appuntamento di due 18enni. Proprio come i Brolli, che ad un certo punto, hanno 18 anni con l’ombretto blu e le Superga bucate sui pollicioni e sono al loro primo appuntamento nel 1986 a suon di sfide ai più pixelati dei videogame.

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Santa Monica, ragazzi, è il top. Per svariate ragioni: innanzitutto quel Pier di cui vi parlavo poco fa, poi quell’Oceano e soprattutto è vicina a Los Angeles ma abbastanza fuori dal caos della metropoli.

Infatti tac e sei agli Universal Stidios. Se sei umile paghi $95 a cranio, se invece vuoi saltare le file paghi $199 e se sei il meno umile di tutti e vuoi la vip card con privilegi non ben definito paghi $349. I Brolli sono molto umili e sono entrati pagando i loro $95 a testa bassa e si sono sparati tutti i minuti possibili di coda. I Brolli ci sono andati di domenica agli Universal Studios, giusto per farvi capire il livello delle code. Ma fidatevi: ne vale la pena solo per fare Transformers – The Ride 3DOptimus Prime ti parla e ti recluta per salvare il mondo da Megatron, vi dico solo questo.

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E poi ci sono tutte le cose famose: Beverly Hills con le sue cancellate da sogno (sì, perché delle ville delle star vedi solo il cancello) e Hollywood la tieni su un dito.

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E poi vuoi non farla una passeggiata sulla walk of fame? Stelle di tutti quelli che sono capitati per Hollywood, roba che una stella dedicata ai Brolli non ci starebbe male. Non ci sono solo star sulla Hollywood Boulevard, ma anche una quantità esagerata di scoppiati senza tetto e di sexy shop. Comunque siamo diventati i re dei selfie con le stelle.

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E un giro a L.A. non lo vuoi fare? E traffico ce n’è? Puoi dirlo. Ma poi ci arrivi e devi fare un giro a Downtown se vuoi essere un vero giusto. Però è meglio se il giro lo fai di giorno, la sera è solo per gli amanti del rischio.

Los Angeles c’è un sacco di fermento artistico e culturale, con mostre e musei specie di arte contemporanea (uno su tutti il MOCA). E tutti i mesi fanno una cosa stupenda: si fa una festa che si chiama ArtWalk e si svolge ogni secondo giovedì del mese. E non è solamente una “gallerie aperte”, bensì un fenomeno di arte pubblica auto gestita che ha la forza di riunire tutti gli amanti dell’arte offrendo la possibilità di incontrare grandi artisti contemporanei.

Downtown Art Walk si sviluppa principalmente su S. Spring Street, la via più ricca di gallerie e centri per l’arte. Ma la manifestazione si allarga a macchia d’olio e ingloba tutta Downtown, tra eventi, installazioni, performance e aperture straordinarie.

E indovinate quando i Brolli lasciano L.A? Il secondo mercoledì del mese. Ecco.

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