Che Te Lo Scrivo a Fare

Viaggio

Il Cammino di Santiago: tutto quello che volete sapere ma non vi hanno mai detto

L’hai sempre voluto fare, ma in fondo faceva paura. Sul fondo della pancia, al bassoventre dell’anima, stava lì a covare, raschiando la ruggine degli altri propositi avariati. Perché è da quando sei nata che cerchi di traspirare sensi e significati, vomitando i tuoi chiaroscuri sulle pareti del mondo: allora camminare circa 900 chilometri, da sola, per un mese, ti spaventa.

Perciò il Cammino di Santiago resta lì, appoggiato alla mensola della tua cameretta insieme al cartello stradale rubato a sedici anni, allo stemma di una Mercedes strappato dal cofano quando volevi spaccare il mondo, alla collezione di biglie vinte sulle piste di sabbia contro le avversarie tribù di bambini guerrieri. L’ennesimo rituale per diventare grandi, stavolta quello decisivo.

Serve una scintilla per partire: non è una questione di volontà, né di aspirazione. Un giorno ti svegli e intuisci che l’unica cosa che ti va di fare per il prossimo mese è camminare dalla Francia, al Portogallo, passando per la Spagna. A momenti vedi l’itinerario davanti agli occhi, tipo Google Glass. Anzi no, tipo Leo Di Caprio, quando impazzisce in The Beach.

Nel mio caso, si è trattato di un massacro interiore, di organi, carne e sentire: in piena crisi post lauream, dopo un master a Londra durante il quale ho ceduto al compromesso di fare tutto quanto ancora non avevo mai fatto, in cambio del mio definitivo cedimento alla vita nei ranghi, ai colletti bianchi, alle responsabilità, una volta rientrata.

Citando Primo Levi, che l’ha saputo fare molto meglio di me:

Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da anni l’Italia mi aveva ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie femminili e da amicizie maschili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione. Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a Giustizia e Libertà.

E una volta rientrata, sono partita per Santiago. Considerata la mia isterica, compulsiva mania del controllo (che, grazie al Camino, mi è passata) sono partita con un’esaurientissima documentazione logistica, pratica e psicologica. Ci vuole. Un grazie sentito a chi mi ha consigliato le scarpe Dynafit, le calze in filo d’argento, il Radiosalil e le racchette da Nordic Walking.

Praticamente, è tutto quanto ti occorre, perché le uniche cose che dovrai temere lungo la strada, a parte te stesso e il tuo fondo della pancia, sono vesciche e tendiniti.

  1. Per le vesciche non funzionano i Compeed, e nemmeno altri cerotti, e nemmeno il nastro isolante e nemmeno la vaselina. Indossa calze in filo d’argento, marca Mico. Cambiale, asciugando per bene i piedi ogni 2 ore e mezza: costano tipo 15 euro al paio, ma, credimi, non avrai nemmeno una vescica. Se te ne viene una, magari sotto al piede, hai finito il tuo cammino.
  2. La tendinite: stretching prima e dopo la camminata, sempre. Appena arrivato in alloggio, getti di acqua ghiacciata su gambe e anche. Prima di andare a dormire, al primo sentore di dolore, un’applicazione di Radiosalil. Si tratta di una crema miracolosa che esiste solo in Spagna, la comprerai una volta arrivato.

Dimenticavo, le scarpe. A meno che tu non parta in inverno, evita assolutamente gli scarponi. Ti occorrono due cose: sandali da trekking impermeabili per la sera (o qualsiasi altra evenienza) e mezze pedule per il giorno. Se temi la pioggia, in goretex, ma ti suderà il piede molto di più che con quelle normali, il che significa più vesciche. In Galizia, la pioggia, la becchi sicuro. Almeno due volte al giorno. Altrimenti hai sbagliato strada.

È una cosa che fa pensare. Cominci a raccontare il tuo cammino, pianificando di esporre le tue emozioni, le tue sensazioni e cercando di scrivere come si deve, per rapire l’attenzione del lettore, per raccontare qualcosa in cui credi davvero. Ma tutto quello che esce è una serie di indicazioni precise su come camminare. Accade questo a Santiago: cominci a parlare solo per dire cose profondamente utili, essenzialmente vere, che insomma, vogliono essere dette e, nel contempo, vogliono essere ascoltate. Cominci ad avere sete sul serio, che ti gratta la gola. Cominci ad avere fame per davvero, perché cazzo bruci 3000 calorie al giorno. E, anche se soffri l’insonnia dai tempi delle medie, non preoccuparti: alle 22.00 sarai nel sacco lenzuolo a dormire, pronto per la sveglia delle 6.00. Cominci a chiamare ogni cosa col proprio nome e a conoscere ogni cosa, persona, elemento della natura, per quello che è.

Sono tornata da Santiago ormai da quasi sette mesi e ancora non l’ho capito, non ho potuto metabolizzare il mio vissuto. L’unico modo che mi resta per raccontarlo consiste nell’elencarvi qui sotto le pagine che ho scritto mentre camminavo. Spesso alla sera, quando si aspettava la cena collettiva, per quelle più facili. Per le pagine difficili, invece, aspettavo di coricarmi e scrivevo al buio, quello del dormitorio, quello del cuore. Al buio del cuore.

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A rileggerle, mi vien voglia di cambiarle queste pagine. Non sono io, mi dico, non scrivo queste cose. Ci sono talmente tante cose fighe da raccontare:

  • La vita in comunità ad esempio. Il dormire in 60 in una stanza e sentire la gente che russa, sogna, fa gli incubi, scopa, si masturba. La coda per la doccia, i denti o la cacca. Le pulci, le punture di insetti.

  • Le persone, l’unico posto dove sono sincere fino in fondo, buone fino in fondo, cattive, antipatiche, simpatiche, maniache fino in fondo. Vi basti sapere che nonostante abbiano pensato più volte ad un Santiago Reality, l’idea non ha mai attecchito per le troppe imprevedibili varianti della psiche umana. Da aggiungere l’ulteriore vantaggio che si tratta di una comunità profondamente cosmopolita: tutte, dico, T U T T E, le nazionalità.

  • Le malattie delle persone. Siamo tutti contagiati… Da qualche parte, un tessuto del nostro corpo è macchiato dal morbo della corruzione, che col tempo dilaga. Solo i più fighi guariscono. Gli altri, lasciano che il marciume si sposti fino agli strati più interni. E, consapevolmente o meno, muoiono avvelenati.

  • La natura. Che finalmente l’ascolti e impari a conoscerla.

  • La solitudine.

  • La musica che, in via del tutto eccezionale, non ti manca. Gli affetti, che non ti mancano. Gli oggetti, che non ti mancano. La barra degli strumenti del tuo cervello, che indica la velocità di connessione attraverso le ondine, prende piena: indica che sei connesso con te, con gli altri, col mondo.

Lo so che sono frasi da fricchettoni, da hippy, e un po’ me ne vergogno. Ma è la verità. Succede questo. Persino ai più scettici (vedi me). Solo adesso posso comprendere sinceramente Lentamente muore di Neruda, o Into de Wild e le sue citazioni di Thereau. Prima sembravano solo liturgie di disadattati al capitalismo.

Perciò, a malincuore, incollo tutto qua sotto, come è stato scritto. Vomitato. Trasudato. Traspirato dalla mia ex anima ostinatamente impermeabile.

Se state ancora leggendo, avete due strade: o saltate i post incollati e li leggete prendendoli a dosi, prima della conclusione che è scritta qui ed ora. Oppure fate come volete.

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p style=”text-align: right;”>13 settembre Pamplona- Puente De La Reina; km percorsi 93

Dicono che arrivare a Pamplona dopo quattro giorni tra i boschi infastidisca il pellegrino. Beh non è vero… A lasciarla alle sette del mattino, quando lei ancora dormirà per molto, vien da piangere talmente è bella. Ma l’ho salutata ieri sera con tre birre e cinque pinchos. L’alcol dopo 35 km a piedi ti entra in circolo come fosse iniettato. Qui ci tengono a chiamarli “pinchos”: sono fortemente indipendentisti i baschi. I pinchos sono piccole monoporzioni di piatti elaborati, siano essi primi, secondi o dessert. Rispecchiano molto il modus vivendi spagnolo: nell’indecisione, prendo tutto.

Al mattino seguente, lungo la strada, i famosi mulini a vento. Se sei solo, a tratti, senti il suono delle pale che mulinano aria. Producono energia pulita, dall’aria. Proprio come il tuo corpo. È una macchina; ricordarsi sempre di respirare. Bere e mangiare spesso. Il sole brucia, si sente la pelle cuocere. Le gambe: non capisci se fanno male per davvero o se si tratta di indolenzimento. Durante la marcia il dolore si sposta; inguine, ginocchia, caviglie; ma si prosegue…. Arrivati a Puente De La Reina. Nemmeno una vescica ed è già festa. L’ostello ha una piscina e sono in paradiso.

 

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p style=”text-align: right;”>15 settembre Estella-Torres del Rìo; km percorsi 140 

Non si può perdere un’alba. È una perdita che solo un incosciente può sopportare. Quante albe ho dormito… Mentre le nebbie appena alzate lasciavano i piedi delle colline, come sollevate da dita di acqua.

Non si può perdere un’alba: dormire i pensieri del mattino e il profumo di bosco appena sveglio. Le conifere umide che rinfrescano il collo. Dormire il rosso che ritaglia la pietra e il buio innamorato che cede il turno alla sua luce.

Non si può perdere un’alba.

 

18 settembre Najera-Santo Domingo De La Calzada; km percorsi 213

Con oggi sono circa nove giorni di cammino, che contano 213 km percorsi. Mi azzardo a dire che sto entrando nell’ottica del pellegrino: quella secondo cui, appena alzati, si pensa solo a camminare per circa sei ore. Ore di marcia durante le quali curarsi di rimanere idratati, evitare le vesciche, mangiare poco e spesso, cercare di non sostare nei pressi di nidi d’insetti o piante sospette. Cominci a prestare attenzione al tipo di terreno su cui ti muovi, pregando che non sia asfalto, deleterio per le ginocchia. Preferiamo di gran lunga la terra battuta o la ghiaia. Le strade romane sono molto pittoresche da percorrere e trasudano passi di anime in ricerca, ma si rischiano storte e distorsioni a causa dei sassi troppo dissestati.
Dicono un sacco di cose sul cammino. Molte false (per la maggior parte), altre vere. Si tratta di un’esperienza profondamente individuale, nella quale tipo e velocità di passo devono essere assolutamente calibrati secondo un metro di giudizio puramente personale: basta un passo più lungo del proprio per rovinarsi l’intera marcia. Il cammino ha la sua selezione e non è così clemente…

Saltare le tappe, unirle o esagerare per un giorno solo, può creare problemi seri. I nemici numero uno di un pellegrino sono vesciche e tendinite. Tutti soffrono di almeno una delle due problematiche, in caso contrario, allora si tratta di quelli che prendono il pullman appena fuori il paese per farsi scaricare qualche metro prima dell’entrata del successivo; e di questi, di chi prende il cammino per una gara a tempo, ce ne sono molti. Negli albergues il rischio di contrarre pulci, zecche e pidocchi è molto alto e in via preventiva non esistono soluzioni affidabili. Conviene sempre controllare dove si dorme.
Eppure, la fatica dei primi giorni lascia il posto ad uno stato d’animo rinnovato, per il quale 20 km di marcia diventano una passeggiata. I pregiudizi e i sospetti nei confronti dell’altro scompaiono: sul cammino non ci sono né classi sociali né etichette.

Siamo tutti in marcia verso qualcosa e abbiamo deciso di non nasconderci nulla a vicenda. Abbiamo deciso di aiutarci sempre e sinceramente non tanto perché colti da uno spirito di solidarietà, quanto perché sappiamo che un sostegno dato oggi, può essere prezioso riceverlo domani. L’empatia degli animali, della preda e del cacciatore.

Si vedono posti e paesaggi meravigliosi. Dagli incantesimi dei Pirenei francesi immersi nella nebbia mattutina, si travalica in Navarra, dove si attraversano boschi di faggi e roveri che danno sollievo dai tratti soleggiati. Poco dopo Pamplona si entra nella Rioja, una zona vitivinicola dal caratteristico terreno argilloso che stupisce per la vastità dei suoi campi già mietuti. I villaggi in cui sostare sono piccoli paesi di persone autoctone, nel vero senso della parola: si tratta di viuzze che sarebbero già da tempo scomparse senza gli introiti portati dai pellegrini.

L’autenticità e l’intensità delle loro usanze, offerte con orgoglio ai viaggiatori, sono del tutto incontaminate e mai verrebbero scoperte con mezzi di trasporto che non fossero gambe.

Ognuno con la sua leggenda: qui le strade brulicano di aneddoti di come Ferragut venne abbattuto da Rolando, guerriero di Carlomagno o di come San Giacomo riportò alla vita un galletto arrostito come prova della sua presenza sul cammino.
Una civetta che avverte di un temporale incombente, il colore del cielo o il frutto di un albero. Sapere se sia commestibile o meno. Si apprezza la compagnia dei suoni del bosco e dell’alba discreta e maestosa che sorprende le ore di marcia notturna. Ci si sente piccoli, con dei pensieri piccoli e una vita piccola. Ci si sente.

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19 settembre Santo Domingo De La Calzada-Belorado; km percorsi 233

Ognuno si mette per strada come crede. Tra i viaggiatori, c’è chi sceglie di camminare da solo; qualcuno cerca compagnia con fastidiosa insistenza; altri ascoltano musica. C’è chi canta (nelle playlist collettive Bob Dylan e Frank Sinatra vanno per la maggiore). Oppure si ascolta. Lo sgranocchiare del terreno sotto alle scarpe, il racchettare arzillo che incalza, il fruscio delle foglie.

Foglie di cui spesso non conosco il nome. Come sono piccola… Dovrebbero insegnarli alle scuole elementari come si deve, dovremmo chiamare ogni singola pianta con il proprio nome. Da giorni per strada sento uno strano suono, un gorgoglio della terra, un crepitio delle cortecce, non meglio identificato. Poi, classificare i suoni del cammino diviene un’attività redditizia: arricchisce l’archivio delle bottigliette dei rumori, ordinate ed etichettate una ad una dentro alla memoria. Eppure di quello strepito non c’era traccia nei miei ricordi.

Pensavo fosse l’acqua mischiata alle vitamine che frizzava nella borraccia: no. Lo scorrere della cinghia dello zaino che cedeva al suo peso: no. Una razza di grilli sordomuti che cantano piano per difendersi dalle prede. Nemmeno.
È lo sfrigolare delle stoppie del grano appena mietuto. Gambi di grano che friggono al sole. Da umidi, rizzano al calore piano piano e impercettibili. Lo scricchiolio di stoppie di grano mietuto. Nuova ampollina nel mio archivio dei suoni: lo infilo nel ripiano più alto, insieme ai ricordi speciali.

24 settembre Boadilla Del Camino-Carriòn de Los Condes ,km percorsi 372 

Le cicogne fanno i nidi sui campanili delle mesetas. Questa la cosa più bella di oggi. Dopo chilometri e chilometri in mezzo al nulla ti chiedi dove sia il paese da raggiungere, che non si vede nemmeno in lontananza. E poi all’improvviso, sbucano i campanili con i nidi delle cicogne.

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5 settembre Carriòn De Los Condes-Terradillos De Los Templarios ;km percorsi 397 

Qua e là sulla strada sorgono aree presso cui i pellegrini si fermano per contribuire alle pile di sassi accumulatesi nel corso degli anni. Sassi l’uno sopra l’altro, piccole Babeli di memorie e fantasie, incastonate con pezzi di carta, stralci di stoffa, biglietti, colori, fiori. Il cimitero delle intenzioni. Grafie serene e turbate che parlano attraverso spirali di significati che salgono dal suolo. Tombe di convinzioni, sarcofagi di propositi. Non sono qui a morire. Tornano alla terra come fertilizzanti di vita nuova. Si mischiano al mondo, concimano il tempo e la riproducibilità della specie umana, irrimediabilmente segnata dalla fragilità e dalla tenacia dei sogni e della fede. Un marchio che sono venuta qui a cercare. Meiosi di cellule che amano e odiano, fotosintesi di speranze e credenze che permeano l’eterno rincorrersi della nostalgia di ciò che ancora deve accadere. Gocce di una ricerca che filtra la terra e le ritorna dal cielo.

 

2 ottobre Ponferrada-Villafranca Del Bierzo; km percorsi 597 

La montagna ha i suoi profumi, che sono gli stessi dovunque. Aghi di abete umido, fonduta di rugiada sui muschi, cardi annaffiati di spine nuove. La montagna riconosce chi la cammina e, quando si fida, decide di mostrarsi: in lontananza, per prime si vedono le sue ciglia. Folte e nere si librano forti ad ogni battito di palpebre. Dei suoi profumi, il mio preferito è quello che lascia dietro di sé il passaggio del gregge. Zoccoli e peli promiscui, spruzzati sul terriccio del sentiero. Mi ricorda tanto la mia zia Rosa e le sue gambe ossute che fuoriuscivano dalla vestaglia a fiori. Aveva le guance percorse dai capillari purpurei del vino amaro dimenticato in cantina. Era tanto magra e tanto felice. La montagna ha i suoi versanti, come le anime delle persone. Rocce ghiacciate nella penombra del Nord; erba gialla battuta al sole del Sud. Sul suo versante arido ho visto alberi morti che si accoppiavano, leccandosi il collo e baciandosi la corteccia combustionata. Braci già fredde che fanno ancora l’amore, bevendosi la saliva di resina gli uni agli altri. Muoiono amandosi presso l’inverno, per fare a gara alla chioma più bella fieri e soli, alla prossima primavera. Il gregge dei miei ricordi ha abbandonato il mio nord e si sposta a sud per l’inverno che viene. A me resta lo strascico del loro profumo.

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6 ottobre Sarrìa-Portomarìn; km percorsi 690 

Non c’è allenamento per raggiungere a piedi Santiago, se non arrivarci. Nemmeno i maratoneti: loro fanno 45 km in un giorno solo. Trenta chilometri per trenta giorni: una migrazione. Per riconoscere ed accettare questo ritmo, il DNA umano deve retrocedere di migliaia di anni, a quando le popolazioni si spostavano per fuggire dalle glaciazioni. E in effetti, cos’è il cammino se non una migrazione? Il lento e perpetuo nomadismo dell’animo umano e dei suoi bisogni. Ma qui da cosa si scappa? È facile trovare le parole per la natura; ma con le persone è diverso. Dicono che lungo questo trenta per trenta il corpo attraversa delle fasi ben precise.

Prima settimana: filtra liquidi. Non è necessario fermarsi per la pipì, nonostante l’urgenza per l’idratazione.

Seconda settimana: il corpo brucia tossine. La pelle è grassa e spurga impurità. Ci si scarica spesso.

Terza settimana: i dolori alle giunture scompaiono, come anche l’ indolenzimento dei muscoli. E alla quarta, succede qualcosa al cervello: comincia a funzionare per intuizioni, piuttosto che per logica.

Si abitua al dormiveglia alba-tramonto e gli piace. Quando ha fame, la sente per davvero. Srotola pellicole di memorie e fantasie incontrollate, senza il minimo comando. Succede che si vedono i pensieri, mentre si cammina. Vedi i tuoi pensieri. Come pagare un biglietto per il cinema. La quantità di endorfine prodotte raggiunge numeri incalcolabili, si moltiplicano esponenzialmente. I canali di percezione verso il mondo esterno sono dilatati e amplificati. Le anche diventano le carene di una locomotiva. Le racchette alle braccia cominciamo a comportarsi come zampe anteriori. STOP. Un bruco attraversa il sentiero. Riesco a vederlo pulsare, mentre respira. Sento il suo meccanico comprimersi e dilatarsi per progredire. Domani inizia la quinta.

 

8 ottobre Palas De Rei-Arzùa; km percorsi 744 

Da Sarrìa in poi si vede l’altra faccia del cammino. Proprio da qui, è possibile fare i 100 km previsti per ricevere la Compostela. All’uscita dei paesini, si vedono pullman e taxi che attendono i passeggeri: scolaresche, vacanze parrocchiali, comitive di associazioni femminili della serie “cucito e merletti”, dipendenti di aziende in sciopero, biciclettai della domenica. Noi l’abbiamo chiamata “La coppa delle castagne”. Si tratta di una scampagnata tra compagni di merende. Fa davvero male. In un certo modo è come ritornare al mondo normale, quello dei souvenir, quello cioè dove vale il feticismo di un oggetto, piuttosto che la fatica muscolare. I soldi sono tornati la vera valuta della vita, che le prime settimane era stata sostituita da un buon paio di calzini e guai a perderli o confonderli. Ora la soddisfazione arriva dal collezionare timbri, piuttosto che le vesciche. Li riconosci subito quelli come noi, partiti dalla Francia: camminiamo a ritmo costante, guardandoci intorno, riconoscendo l’amica freccia gialla. Gli altri hanno fretta e consultano mappe ogni pochi metri.

Alla domanda “dove sei partito?”, rispondi “San Jean” e sei trattato come un eroe. Vero che gli eroi li portano via morti, e in effetti tutti i pellegrini hanno ferite più o meno gravi. Sono dei menomati di anima e corpo, con paure, domande, gambe indolenzite, vesciche, tendiniti, unghie perse, pulci e malattie varie raccolte per strada. Però è così, mi sento come se avessi compiuto una grande impresa: domani arriverò a Santiago. Avevo dimenticato che ero partita per quello… Avevamo smesso da tempo di chiederci “Come mai in cammino?” e qui invece hanno ricominciato. E ti rendi conto che è una domanda priva di significato e di curiosità. Provi a chiederlo a te stesso, ma tutto quello che senti è la voglia di continuare a camminare.

 

11 ottobre Pedruozo- Santiago de Compostela km percorsi circa 800 

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12 ottobre Finisterre; km percorsi circa 900 

Giungere a Santiago di fronte alla Cattedrale è stato strano. Strano come? Strano bello.
Ancora stordita, non sono riuscita a capire granché. È stato bello ritrovare tutte le persone incontrate lungo il viaggio e abbracciarle come fossero care, mentre sul Cammino si faceva attenzione alla confidenza del corpo. Li rivedi tutti. Non posso fare a meno di pensare che, anche se ce la siamo dimenticati, ognuno di noi è venuto qui per una ragione.

Gli americani dicono “What is your poison?”. È un’espressione idiomatica per offrire l’ennesimo giro di bevute. “Con cosa ti avveleni”

Eravamo tutti avvelenati.

C. scappa da qualcosa da cui è spaventato a morte. È arrivato a Santiago in meno di 25 giorni ed è ripartito non appena arrivato.

S. adora parlare con le persone, ma non le guarda mai negli occhi. I suoi sono puntati al centro delle sue caviglie, come anche le sue spalle e il suo petto.

Non me l’ha detto che è lesbica.

E. e C. avevano un gran bisogno di una scossa, di un ambiente ostile al loro habitat profumato. Ha fatto molto bene ad entrambe.

A. mi ha raccontato del suo ragazzo, declinandone nome e desinenze sempre al femminile, come se potessi giudicare le sue preferenze sessuali.

V. non ha proprio accettato di avere 62 anni e non se ne fa una ragione. Mi ha chiesto di fotografarlo con due ragazzine alte, bionde e belle. Così avrebbe mandato la foto agli amici.

E. non ha mai creato nulla nella vita e ne soffre moltissimo. Per questo ora cerca disperatamente di produrre qualcosa. Ha 42 anni e vuole diventare un pittore famoso. La moglie lo ha cacciato di casa. Non sente quasi mai suo figlio, che ha 4 anni.

G. è estremamente umorale. Passa dalla quiete all’irascibilità in tempo zero. A volte dice cose molto intelligenti, altre parla a vanvera. Non l’avevo capito, ma ha detto di aver ucciso qualcuno mentre era ubriaco al volante.

Ad Al è troppo piaciuto l’anno trascorso in Nuova Zelanda prima di iniziare a lavorare. È qui perché spera in una Nuova Zelanda 2.

Chris ha molti sogni, senza averne mai realizzato nessuno. Ha 34 anni e sento che ce la farà, se lo merita, è speciale.

Ortal vuole fare il fotografo professionista, ma lavora in un negozio di passeggini.

L. è una psicologa in crisi, che ne ha piene le palle di ascoltare la gente. Lo si capisce dalla sua voce nasale, acuta e insopportabile.

Ale… prima che potessimo intuirne qualcosa ha abbandonato la strada con un treno per Madrid. Ha detto di non riuscire a sopportare la pioggia della Galizia.

Paul guarisce dal suo alcolismo scrivendo una guida enologica sul Cammino.

Tomer e Courtney, più sanno di non poter cambiare il mondo e più ci provano. Sono due belle persone e il mondo sarebbe migliore se ce ne fossero di più, di così.

Anna ha percorso 710 km e sarebbe arrivata in fondo se non avesse improvvisamente ed inspiegabilmente deciso di non fare gli ultimi 90 km per volare a casa.

P. sta bene e me lo ricorda in continuazione… Ma io lo so che è un uomo tremendamente annoiato.

Qual è il tuo veleno?

Io ero venuta qui per capirlo, ma me ne vado con tante altre domande nuove. È vero quello che dicono: che il vero Cammino comincia ora.

Tornare e ripartire cambiando.

Di certo soffro di un patologico caso di horror vacui e riempir freneticamente queste pagine da una camera con vista atlantica, alla fine della terra, alla fine del viaggio, lo conferma.

Dopo 31 giorni di cammino, domani non ho una meta e questo mi rende molto nervosa. Domani me ne starò seduta a guardare il mare. Mi farà bene.

Però è rassicurante andare a letto e addormentarsi in fretta perché si avverte una stanchezza sana e autentica e perché si ha bisogno di dormire per davvero. Potrei iniziare da qui.

Last Day

Finisce così la terra: con la spuma delle onde e le dita nella sabbia. Come nel finale di un buon film italiano.

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Ecco. Copia e incolla. Copiare e incollare il mese più vero della tua vita. Si può fare. Si può partire e, volendo, tornare.

Mentre sei via, molta gente ti scrive (sì, avevo un cellulare, lo usavo solo una mezz’ora al giorno, alla sera). È vero che stai facendo un pellegrinaggio. È vero che stai come pregando per gli altri. Per mio padre, da cui ho ereditato l’inclinazione all’avventura e a cui tutto sembrerà solo un racconto, come tutti i suoi libri, divorati dal letto, alla domenica, prima di cominciare a lavorare. Per mio fratello, il suo pusillanime cuore, la sua pusillanime mente. Per mia mamma, che forse credeva sarei tornata prima. Si sbagliava. Per gli amici ancorati ai ritmi di sempre. Per chi ti è vicino, e ti chiede di scrivergli. Per chi si prodiga di esserti vicino e non legge quello che gli scrivi. Per chi ti è lontano, e ti sente.

Il Cammino è ancora lì, sulla mensola dei trofei di guerra, degli stemmi alla vita, delle medaglie per il tuo debutto nella setta dei veri intellettuali, quelli che si alzavano in piedi sui banchi, per il capitano e il midollo della vita. Quelli per cui scriveva Ernest Hemingway, che nonostante i libri di F. Scott Fitzgerald fossero migliori, era ancora lui il più figo. Il più odiato. Il più controverso.

Perché è stato disposto alla guerra, alla morte, al sangue, all’amore, alla caccia. Ai valori di una società occidentale che attestano virilità, oggi sminchiati, dalle nichiliste, di gran lunga più diffuse, filosofie orientali. Perché in effetti son pensieri retrogradi, che derivano dal retaggio di una patria invadente, di una storia bianca, capitalista, autoritaria, cristiana. Ma cazzo se ti fanno sentire vivo.

Il Cammino mi ha massacrato, con il dolore, la fatica, l’amore, la compagnia della parte malata di me stessa. Ma, come mi ha detto un bodhisattva buddista lungo la strada, “hai presente quello che vi insegnano in Europa? Che bisogna far fatica, estirpare le proprie colpe, soffrire, comportarsi bene per il dopo, il martirio?” Lo guardavo. Cazzo se ce l’avevo presente.

“Ecco, è tutta una balla. Un grossa bugia”.

Mi piace pensare che il cammino l’ho fatto solo per me. E, sì, credo che alla fine sia stato così, altrimenti non sarei arrivata fino in fondo. Quel fondo della pancia arrugginito, ad oggi più arieggiato, meno umido e paludoso. Fino in fondo.

19 Commenti Il Cammino di Santiago: tutto quello che volete sapere ma non vi hanno mai detto

  1. Sandro

    …grazie M. e’ stato piacevole perdermi nelle tue parole viaggianti, mi sono ritrovato, perso, cercato e misconosciuto. Il Camino mi ha insegnato a non cercare ma ad ascoltare il fremito nascosto e pudico del mio cuore, senza bisogno, per forza di cose, di “dare” un significato ai miei passi. Li ho fatti cercando e ancora continuo a camminare senza cercare piu’ nulla se non la magia di lasciarmi sorprendere dalla vita. Buen Camino

    Sandro

    Rispondi
    1. Mirella Prandelli

      Mi ci sono volute molte più parole per esprimerlo, ma è proprio quello che ho sentito io. E adesso c’è questo segno in me. Come le voglie di quando nasci: macchie di bisogni. Il mio, quello di camminare. Un abbraccio e buon camino

  2. Guido Serafini

    Ho letto e ho trovato il tutto fantastico, intimo, anche io ho intenzione di fare il cammino però in bici perché con una gamba operata 14 volte non so se per motivi tecnici ce la farei. Non so quando lo farò ma lo farò sicuramente. grazie per i tuoi scritti.

    Rispondi
    1. Mirella Prandelli

      Ciao Guido,

      grazie per il tuo commento.

      Non conosco le tue problematiche personali, ma ti dico che sul Cammino ho visto 80enni, ciechi, disabili… Poco alla volta, come se la sentivano, alla fine ce l’hanno fatta. In bici non l’ho mai provata, ma molti ciclisti spingevano a mano per parlare con noi camminatori.

      In ogni caso, è un’esperienza che ti consiglio di fare
      un abbraccio

  3. antonio como

    ciao AMICA ho fatto il CAMINO nel 2013 da s jean a muxia ho letto il tuo racconto e devo dirti che hai stampato le cose che
    avrei voluto scrivere io…….bravissima un abbraccio.

    Rispondi
  4. paolo

    2 volte pellegrino:le 2 estati più belle della mia vita.Ho rivissuto alcune emozioni ,sensazioni leggendo le tue annotazioni.Ti ringrazio.Ognuno ha il suo Cammino.

    Rispondi
    1. Mirella Prandelli

      Ringrazio te per la tua condivisione e per aver voluto ascoltare la mia…

      Buen Camino!

  5. Danilo Santilli

    È il cammino che fa te nn il contrario, si dice in giro. È vero come trovare se stessi guardandosi allo specchio e scopri che se sei ben disposto trovi il meglio e viceversa. Fare il cammino è guardare lo specchio ma trovarsi qualunque sia il proprio esteriore. Cade tutto ci sei solo tu e il tuo cuore e la tua pancia e sei capace di volare sul quotidiano. Scrivi ancora Mirella, scrivi molto.
    Buen camino

    Rispondi
  6. Francesco

    Ho fatto il cammino interamente . Mettete tutto quello che volete ,ma rimane il sapore amaro di una grande operazione speculativa sulla credulità della gente comune . Ricavare un euro al giorno per milioni di pellegrini ignari.

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  7. Vale

    Ho fatto anche io il cammino nel 2012 ormai una vita fa, ora è partita una delle mie più care amiche e ho dovuto rispolverare il ricordo. Ogni cammino è unico e unico il modo di farlo a livello tecnico ( io mi svegliato tardi 7,30 facevo tappe scombinate cortissime o lunghissime mi fermato a caso camminavo in sandali) e uniche le persone che si incontrano ma è bello perché ognuno torna cambiato in meglio. Vorrei tornare sul cammino per motivo diversi dalla prima volta. Per ora ti ringrazio per i tuoi ricordi così diversi e cosi simili ai miei.

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