Che Te Lo Scrivo a Fare

Guardo

Al Buio nel Tratto Nero

Vorrei raccontarvi una cena: al buio. Innanzitutto per entrare totalmente nel mood dovete chiudere gli occhi: poi riapriteli che sennò tutto quello che ho scritto l’ho scritto per niente.  Poi, mettiamo in chiaro una cosa: non è una sorta di training autogeno e nemmeno un racconto rosa su un incontro ravvicinato con uno sconosciuto.

Si tratta di Tratto Nero una cena presso il ristorante di Dialogo nel Buio, percorso sensoriale nella completa oscurità ospitato nella sede dell’Istituto dei Ciechi di Milano. Partirò dal principio, dalla luce per accompagnarvi nell’oscurità dei sensi. Anzi, partirò dal principio, dall’oscurità per illuminarvi di sensazioni.

 

Panico, isolamento e ansia

Dopo averci diviso in gruppi da otto e  dopo averci assegnato un colore ci fanno entrare in sala in fila indiana facendo un trenino. Procediamo a piccoli passi incerti. Una volta immersi nell’oscurità ci recupera il nostro assistente Giuseppe, non vedente, che uno ad uno ci accompagna al tavolo. Livello difficoltà basso, si tratta di sedersi su una sedia a un tavolo. Nello spostare la sedia mi sono anche ruotata secondo un mio solido principio d’orientamento. Morale: Giuseppe senza ovviamente né vedermi né toccarmi, mi chiede perché mi fossi messa con la testa verso il Duomo e con il culo a Quarto Oggiaro!?!

Ma come diavolo ha fatto? Mi viene vicino, mi posa le mani sulle spalle e mi raddrizza la sedia.

Buio, buio totale. Silenzio, silenzio imbarazzato.

Mentre aspettiamo che tutti si ambientino e la cena inizi, la sensazione di solitudine e ansia inizia a farsi sentire. Il fatto di avere delle persone intorno anziché calmarmi mi agita: la loro presenza, che sento ma non vedo, mi mette a disagio.

Bene, tra 10 min chiedo di accompagnarmi fuori perché qui nel totale buio non ci sto, che panico.

Allora inizio a toccare intorno a me e visualizzare nella mente cosa ho di fronte. Proprio come quando disegno un mondo immaginario o che sta nella mia testa: per riprodurlo e viverlo lo devo prima costruire mentalmente. Come Ellen Page in Inception, per intenderci. Immagino il bicchiere, sulla destra del piatto, lo afferro e lo sollevo poco portandolo a 20 centimetri dal corpo, per poi avvicinarlo al viso compiendo una linea trasversale e retta con il braccio. Ma becco il naso, e quindi mi sposto un po’ sotto facendo scivolare il vetro sulla mia pelle.

Senza vista è un po’ come essere persi in un oceano, non siamo abituati a percepire la realtà in altro modo, o per lo meno non alla prima occhiata. Ci vuole tempo per prendere coscienza dei propri sensi e saperli non solo dominare ma anche capire.

 

Coraggio, stupore e godimento

Così, con la stanza ricreata nel lobo destro e la creatività che si fa spazio nella funzionalità intuitiva-olistica del cervello, si inizia ad esplorare attraverso gli altri sensi. Ed ecco che si scambiano le prime parole con gli sconosciuti senza volto del tavolo. Solite chiacchiere di presentazione ma con un’unica differenza: il volume della voce. Si, perché quando sei completamente immerso nel buio, cosa ne sai che quello di fronte ti sta ascoltando e peggio ancora capendo. Frasi brevi, incisive e urlate. Mentre la cosa strana è quando il discorso si fa più intenso e quindi necessiti di frasi più lunghe e articolate, si fanno pause di silenzio per cercare un accenno dell’altro e si continua a ripetere la tipica frase intercalare da anglosassone: u know what I mean…

Finalmente arriva del cibo, dico del perché non sai bene di cosa si tratta. Siamo talmente abituati allo scegliere figure di piatti fumanti ancor prima di sapere che cosa sono o che sapore avranno che senza l’attrazione del visivo pare tutto superfluo.

Invece ti accorgi che arriva al naso un qualcosa di conosciuto e di allettante che vuoi scoprire a poco a poco. I chicchi di riso, chi li ha mai assaggiati? Al massimo ingurgiti risotto o riso spiattellato con del pesce che sa di soia, ma in realtà è il singolo chicco a rimbalzare sulla lingua portando ad ogni papilla gustativa un retrogusto nuovo.

Per non parlare della goduria della triade carciofi-pane-vino rosso (mangi un pezzo di carciofo seguito subito da del pane e da un bel sorso di rosso: è la mia danza dei carciofi, lo faccio sempre, ma provato in quest’occasione è qualcosa di francesemente super).

 

Imbarazzo e normalità

L’atmosfera è più rilassata e il vino di certo aiuta: inizi ad ascoltare e non solo sentire. I toni, la direzione dei suoni, la materia delle cose, lo sfiorarsi delle mani. Le sensazioni amplificate aleggiano nell’aria insieme al meraviglioso suono di pianoforte che ci accompagna ormai da tutta la sera.

Ma quanto è passato? Scusa ma come si fa a capire che ora è?

I cambiamenti materiali e spaziali regolati dalla fisica determinano, secondo l’osservazione, il corso del tempo. Si, ma se intorno è tutto buio cosa osservo? In realtà sono passate ormai tre ore e lo puoi solo capire da quanto hai bevuto, da quanto ti scappa la pipì, da quanto hai sonno. Oppure puoi chiedere a qualcuno. Ma li l’oscurità è uguale per tutti. Una domanda rimbomba: «Ma tu sei cieca dalla nascita? Perché avrei una cosa da chiedere: come si fa a distinguere il bello dal brutto?»

Dai, ma questo proprio un’uscita del genere doveva fare?

Ma si, basta toccare e riconoscere le proporzioni, non ci vuole la vista per capire se hai un naso gigante rispetto al volto e poi vai di immaginazione! Ma la cosa che invece non riuscirò mai a capire è lo sguardo delle persone. Nei libri vengono descritte queste espressioni molto chiaramente ma non le si possono toccare e quindi neanche immaginare. Cosa significa avere uno sguardo terso nel vuoto o passionale o cattivo?

«Ma nei sogni dei non vedenti, ciechi dalla nascita, ci sono immagini

…Arridaje con ste domande

Ovviamente no, dato che non hanno mai visto nemmeno un ombra. Sono fatti di suoni, di sensazioni tattili, di profumi.

Nessun rimprovero, nessun imbarazzo, risposte profonde a domande del tutto normali.

La conoscete questa canzone? Cantiamo!

Quando si canta in gruppo ad alta voce c’è sempre il fenomeno che parte in quarta e apre la via, gli altri con voce tremula e insicura lo seguono guardandosi intorno per cercare sostegno nello sguardo altrui. Niente sguardo, niente sostegno e quindi niente imbarazzo. E via a intonare canzoni italiane del passato on frasi celebri o frasi inventate o frasi sostituite da un Kiwi e Melon. La cena si è ormai conclusa e dopo i ringraziamenti ci viene chiesto di uscire.

Dove?

Seguendo il suono e avvicinandoci al pianoforte.

Molto bene, ma questo al massimo era il come.

Una mano mi afferra il braccio e mi dirige a gran velocità (percepita s’intende, rispetto ai movimenti da bradipo che ho fatto per tutta sera) verso l’uscita. Credo.

Oh piano, che non ci vedo niente.

Mi fa piacere Eleonora che te ne sia accorta solo ora, alla prossima.


 

Esco dalla porta e la luce dei neon mi accieca tantissimo.

Ritorno a non vederci.

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