Che Te Lo Scrivo a Fare

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Quito, Martes 28 de Abril 20.17h

Tornare a casa di notte da sola camminando con quella canzone triste nelle orecchie dopo che hai salutato chi ti ha fatto ridere, ascoltato, baciato e raccontato vite che ti era difficile capire è una di quelle cose esattamente da me che qui non posso fare e quindi mi capita di passare interminabili minuti a invidiare chi non capisce quella solitudine bella che io così tanto amo.

Poi come se non bastasse c’è il racconto di quella polverina sui flyer che di cui non ricordo il nome proprio come non lo ricorderei se mi finisse in viso e la storia dei sequestri express sui taxi che non so ancora distinguere quando li chiamo da marciapiedi che non esistono e semafori dettati dall’elastico tra le palme del giocoliere di turno.  E a ritmo di reggaeton sfilano i personaggi di una notte surreale che assomiglia alle notti che mi piacciono il cui filo logico inesistente tesse le trame della mia immaginazione: alto biondo mezzo danese (ecco, appunto) mezzo attore (mezzo uomo) che mi propone di spalmarmi con eleganza una crema ignota sulle braccia davanti a milioni di telespettatori della serie “cara Chiara se passi il casting piovono dollari e se piovono dollari ti sviaggi tutta l’America Latina” e intanto mi mostra pubblicità inguardabili fatte da volti esageratamente espressivi e subito sbuca lo chef che confessa di voler mollare tutto e scrivere il suo libro rimangiandosi le parole un secondo dopo perché il libro in realtà è un programma TV ma è anche gioco per bambini e alla fine forse si, è anche libro. E io insomma cosa dovrei fare?

Non lo sa nemmeno lui. Su questa domanda piove dal cielo l’incarnazione dell’inquietudine formato italiano cinquantenne tinto e abbronzato che vuole aprire la fabbrica di pelati in Ecuador ma è un farmacista e il suo amico con vent’anni in meno e qualche rasta in più che ha lasciato l’Italia e lavora con i ragazzi di strada e ha un accento italiano que me muero e mentre sogno di fuggire compare il francese che pensa io mi trovi in questo lio per fare un tandem linguistico e proprio sul finire del mio brillante tergiversare ecco che il mezzo attore mi accompagna per un tour notturno nella via più pericolosa di Quito con ai piedi un paio di Crocs inguardabili presentandomi rispettivamente: il kebabbaro,  il gestore del bar accanto al kebabbaro, il fratello del kebabbaro, un gringo di ottant’anni alto otto metri che “l’Alabama fa schifo io sono fuggito in Messico ma dal Messico mi han cacciato e ora mangio pizza formato famiglia  di notte nel cuore dell’Ecuador” e la cameriera cubana che mi guarda e io la guardo e alla fine mi chiama un taxi (che non mi ha sequestrato) e torno a casa dove non mi aspetta un letto ma un filmino amatoriale di vacanze di famiglia che sono costretta a guardare e un po’ non ci credo un po’ non ci voglio credere e mi consolo mangiando mezza papaya con il cucchiaino. Mi merito un fin de semana alla playa. Domani sera parto.

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