Che Te Lo Scrivo a Fare

Guardo / Scrivo

A Cazzo di Cane

Ovvero tradurre i titoli, a cazzo di cane. I titoli dei film, nella maggior parte dei casi. Dall’inglese all’italiano, nella maggior parte dei casi. E farlo male, molto male. Un po’ per superficialità, un po’ per la vecchia convinzione per cui se-ce-scrivi “amore” allora lo guardano tutti, un po’ perché nessuno-sa-perché.

È una lista lunga, quella dei film tradotti male. Ed è una storia lunga, quella dei film tradotti male. Non sapendo da dove iniziarla, inizio da lui, IL titolo, quello che proprio mi da fastidio vero ogni volta che ci penso: Vertigo (che è un film di Hitchcock del 1958 serve dirlo?). Perché se sei Hitchcock le cose le fai bene, tutte. E anche il titolo lo scegli bene. Ver-ti-go, vertigine, capogiro. Tre sillabe, una parola. Il perfetto titolo per un film che alla perfezione c’arriva molto vicino. Un film in cui tutto ha un senso, tutto è essenziale. Ogni cosa è al suo posto e nulla è superfluo. Un film che subito ti dice che Scottie Ferguson, il protagonista detective, soffre, guarda un po’, di vertigini. Un film che, tra l’altro, su quella storia delle vertigini ci costruisce un bel pezzo di trama. Un film che addirittura – così, per gradire – per rendere con una cinepresa l’effetto delle vertigini ha pure inventato il vertigo effect: quell’effetto che si ottiene facendo, negli stessi istanti, un zoom in avanti una carrellata indietro.

Insomma, Vertigo. Che un italiano ­– anche  nel 1958 e anche senza aver fatto la vacanza-studio a Londra – c’arriva a capire cosa vuol dire. E invece no, i traduttori hanno deciso che no, non andava bene. E no, non hanno scelto come nuovo titolo Vertigine che è più brutto, ok, ma perlomeno quello è. No, qualcuno pensò, per l’Italia, di dare a Vertigo questo titolo: La donna che visse due volte. Che è brutto, che sembra il titolo di un film horror-splatter di serie B. Che, soprattutto, c’ha dentro un mezzo spoiler che non ti sei ancora seduto a vedere il film e già sei lì a pensare chi, perché e per come vivrà due volte. Che sarebbe come prendere Psycho e decidere di tradurlo con “La donna che scappò e venne uccisa nella doccia”, con sottotitolo “e forse la madre di Norman Bates è morta da anni”.

Ah, prima che lo splendido di turno risponda «Io lo so perché non l’hanno chiamato Vertigine», forse lo so anche io. Perché in Italia già era uscito, nel 1944 – 14 anni prima di Vertigo – un film il cui titolo era Vertigine. E va bene, “vertigine” già era preso. Però da lì fino ad arrivare a La donna che visse due volte un altro titolo, penso io, lo si poteva trovare. Che poi, il titolo originale di Vertigine (quello del 1944) era Laura. Che è un nome. Uguale anche in italiano. Che poi, soprattutto, in Laura le vertigini non ce le ha nessuno, mai.

 

Potrei andare a vedere se esiste un film degli anni Trenta il cui titolo italiano era Laura, e andare indietro fino ai fratelli Lumière, ma anche no. E poi perché andare negli anni Trenta quando ci sono così tanti titoli tradotti a cazzo di cane ben più vicini a noi. C’è Intolerable Cruelty dei fratelli Cohen (quello con George Clooney e Catherine Zeta-Jones) che è diventato – a noi in Italia piace fare, più che titoli, riassunti – Prima ti sposo, poi ti rovino. C’è There will be blood, che è un titolo molto molto figo. Ma no, abbiamo deciso di mandare tutto in vacca e farlo diventare Il Petroliere. The Sound of Music (che, dico io: Il-Suono-Della-Musica) abbiamo deciso di farlo diventare Tutti Insieme Appassionatamente, così, perché ci girava. C’è Road to Perdition che è diventato Era mio padre. c’è The Place Beyond the Pines che abbiamo deciso che no, doveva trasformarsi in Come un Tuono.

C’è Gone Girl che no, non ci piaceva, e allora giù con L’amore bugiardo. Perché ci piace l’ammoore. E i baci. E allora giù di baci e amore in ogni titolo in cui ce li si può incastrare. Tipo In the Land of Women che diventa Il bacio che aspettavo. Tipo Walk the Line: che è un film su Johnny Cash, che cita una canzone di Johnny Cash. Che sarebbe stato giusto lasciarlo così com’era quel titolo. E invece no, anche qui quei romanticoni dei traduttori italiani sulle locandine del film su Johnny Cash c’hanno piazzato un bel Quando l’amore brucia l’anima. Che se ancora fosse stato vivo Johnny Cash gli avrebbe sputato in faccia.

C’era il povero Truffaut che ogni film che faceva i titolisti italiani glielo stupravano: Une belle fille comme moi è diventato Mica scema la ragazza, La sirène du Mississippi è diventato La mia droga si chiama Julie, Domicile conjugal è diventato Non drammatizziamo… è solo una questione di corna. Con quei puntini di sospensione che nemmeno Vasco Rossi. E via andare, quei bei titoli in francese che facevano un sacco Nouvelle Vague sono diventati titoli di film da Vanzina. I puntini di sospensione hanno fatto, tra l’altro, anche un’altra vittima: Don’t look now, diventato A Venezia… un dicembre rosso shocking.

 

Maledetti traduttori, maledetti traditori. Che sulla coscienza hanno anche Federico Fellini, che – si dice – una sera ha incontrato IL regista di film western: John Ford. E John Ford ha chiesto a Fellini: «tra i miei film, quale preferisci?» E Fellini ha risposto: «Red Shadows», che in italiano vuol dire “ombre rosse”. Che in Italia era il titolo di un film – un grandissimo film – di John Ford. Ma John Ford non lo sapeva. Perché quel film lui l’aveva chiamato Stagecoach, che vuol dire diligenza. Perché, guarda caso, parla proprio di una diligenza. Un altro film di Ford, del 1950, si chiamava invece Rio Grande. Ma no, noi no. Non ci piaceva. E allora l’abbiamo chiamato Rio Bravo. Solo che poi, nove anni dopo, Howard Hawks, ignaro delle contorte, kafiane e paradossali menti di chi traduce i film in italiano ha fatto un film, e l’ha chiamato Rio Bravo. Però in Italia Rio Bravo c’era già da nove anni. E allora Rio Bravo, quello di Ford, è diventato Un dollaro d’onore. Così, a cazzo di cane. Che da allora se qualcuno ti dice di guardare Rio Bravo e non ti dice il regista tu non sai quale guardare.

Ma sono tornato indietro al bianco e nero. E avevo detto che non l’avrei fatto. E allora butto lì un A few best man, che è diventato Tre uomini e una pecora, guarda mai che qualcuno pensa che sia un sequel di Aldo, Giovanni e Giacomo. C’è Silver Linings Playbook che è diventato Il lato positivo. C’è un film il cui titolo era Melody, che in Italia è diventato Come sposare la compagna di banco e farla in barba alla maestra. C’è The Perks of Being a Wallflower (“perks” vuol dire vantaggi, “wallfower” vuol dire “persona timida”, il resto ci arrivate da soli) che è un titolo proprio bello, che suona proprio bene. E invece, no, in Italia quel film è diventato una frase che starebbe male pure su un lucchetto a ponte Milvio: Noi siamo infinito. E poi c’è lui: Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Che se fossi Roberto Benigni direi una delle sue frasi tipo “è un titolo che ti vien voglia di spogliarti e far l’amore con il manifesto su cui è scritto”. E invece via, a cazzo di cane. E in Italia è diventato Se mi lasci ti cancello. Che starebbe male pure nel messaggio che la ragazza gelosa che ha messo il lucchetto a ponte Milvio scrive al ragazzo che sta pensando di mollarla.

 

Ancora uno: c’è – prendete un foglietto per farci uno schemino con le freccette che questa è difficile – il film inglese Great Expectations, che è bastato sul romanzo di Dickens che si chiama Great Expectations. Romanzo che in Italia abbiamo giustamente tradotto come Grandi speranze. Il romanzo l’abbiamo tradotto giusto. Il film invece no. Perché in italiano il film Great Expectations è diventato Paradiso perduto. Che è il titolo di un libro di John Milton, che non c’entra un cazzo con Dickens.

Io non lo so davvero perché la fanno, questa cosa. Dicono, quelli che ne sanno, che sia marketing. Penso, io, che sia una cagata pazzesca. A proposito, la Corazzata Potemkin pure in russo si chiamava così. Dicono però voci di corridoio che in Italia eravamo lì lì per tradurlo in: “Un mattone di cinque atti che parla di una nave russa…è c’è pure una scena della madonna con una carrozzina giù da delle scale”. Non è solo marketing, dicevo. È un’accozzaglia di approssimazione, ignoranza e negligenza. Perché per prendere His Girl Friday, film inglese del 1940, e tradurlo in La signora del venerdì vuol dire che il film non l’hai visto. E che non sai che – la prendo da Wikipedia che è già spiegata bene così – che “His Girl Friday è una trasposizione al femminile dell’espressione ‘My Man Friday‘, modo con cui Robinson Crusoe chiama il suo servo-suddito, dopo avergli dato il nome Friday (Venerdì), per commemorare il giorno in cui lo ha salvato. Quindi ‘My Man Friday’ significa “il mio servo Venerdì” e ‘His Girl Friday‘ si potrebbe tradurre come ‘la sua ragazza Venerdì’ (nella variante più colta) oppure la sua fedele schiava”.

Io comunque la mia tesi ce l’ho. I traduttori dei titoli di film (anzi, alcuni di loro) hanno fatto, fanno e faranno questa cosa perché avevano una troppo alta autostima. Perché volevano metterci del loro. Perché erano affetti da, direbbe la Treccani, eclettismo espressionistico. Se la tirano un casino, i traduttori. E nel tirarsela cambiavano, cambiano e cambieranno titoli anche quando non ce n’è alcun motivo. O anche quando cambiare era necessario, cambiavano male. E provavano a lasciare un loro segno in quel film. E non è che le cose belle sono solo belle così come sono e non le si può toccare. Si può e si deve. Ma c’è chi può e chi non può. Se sei Duchamp e fai un segno sulla Gioconda, e quel segno sono un paio di baffi sei un fottuto genio. Se non sei Duchamp, che tu il tuo segno tu lo faccia sul muro di un cesso o sulla faccia della Gioconda, quel segno sempre uno scarabocchio resterà. Perché per tagliare quadri, disegnare baffi o cagare nei vasetti devi essere Fontana, Duchamp o Manzoni. Sennò restano tagli, scarabocchi e cagate.

E ora, prima che la LNTTF (Lega Nazionale Traduttori dei Titoli di Film) mi faccia causa in blocco, metto anche tre casi in cui ai traduttori americani i traduttori italiani gli hanno spaccato il culo: c’è lo scarso Unforgiven, diventato in italiano Gli spietati, un titolo che lo leggi e subito ti vien voglia di vedere Clint Eastwood col cappello, il fucile e il cavallo. C’è A Walk in the Clouds che fa molto Milvio Bridge, e invece Il Profumo del Mosto Selvatico, seppur un po’ smielato, è un gran bel titolo. C’è A Good Year, che sembra il titolo di un documentario sugli pneumatici che invece in Italia è Un’ottima annata: che è un ottimo titolo. E poi c’è Marion Cotillard, che è perfetta. E siccome c’è Marion Cottilliard quel film lì avrebbero anche potuto chiamarlo Natale in Provenza e io avrei comunque detto che è ottimo.

E poi, visto che non c’è miglior difesa che attaccare qualcun altro, quello dei titoli tradotti male è un problema che condividiamo con molte altre nazioni. C’è, per esempio, Die Hard (in Italia Trappola di cristallo) che in Norvegia è diventato Action Skyscraper (azione grattacielo) e in Germania Stirb langsam (muori lentamente). C’è The Terminator, che in Polonia è diventato Elektroniczny morderca (assassino elettronico). Sempre in Germaina Annie Hall di Woody Allen è diventato Der Stadtneurotiker (il neurotico urbano). C’è Piovono Polpette che in Israele è, e come dargli torto, Piovono Falafel. C’è The Snatch che in Messico è noto come Cerdos y diamantes(maiali e diamanti), e poi – e da qui in poi ci dobbiamo fidare del Telegraph (che è comunque meglio che fidarsi di me) – c’è Guardians of The Galaxy che pare sia diventato a Taiwan Lo strano team di attacco interplanetario, oppure Up che in Cina è diventato Andare in giro con una casa volante. Così, a cazzo di cane.

2 Commenti A Cazzo di Cane

  1. Pier

    E non hai citato nessuna serie tv, altrimenti sarebbero serviti altrettanti caratteri e affondamenti di tasti sulla tastiera del computer.

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