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Ungaretti è uno stronzo

Ci sono delle volte che quando sento o leggo certe castronerie giuro che divento matta. Devo comunque ammettere che questo mi capita molto spesso. E mi succede soprattutto quando le persone per qualche motivo pensano di sapere un sacco di cose e poi, proprio come fanno le pecore, finiscono per idolatrare cose che non vanno idolatrate.

Come Ungaretti, ad esempio. «No raga, Ungaretti è il miglior poeta del Novecento, anzi no, di tutti i tempi». Ma ti prego: ma lo sai di cosa stai parlando o lo stai dicendo solo perché le parole “mattino” e “immenso” ti piacciono? O forse perché cambiando l’ordine delle parole che compongono la frase “i soldati assomigliano alle foglie degli alberi quando è autunno” tutto diventa più figo? Persone che credete che la poesia sia un’accozzaglia di parole fighe, voglio svelarvi un segreto: Ungaretti è uno stronzo.

E sapete invece chi è il miglior poeta del Novecento? Montale. «Chi?». Ma lo vedete che siete ignoranti? Va beh, vi spiego perché Montale è migliore di Ungaretti. Poi comunque siete liberi di continuare ad apprezzare la parola “immenso”.

Come ben sapete (anche se ho qualche dubbio) uno dei movimenti più importanti della poesia del Novecento si chiama ermetismo. E diciamocelo: già questa è una parola molto figa. In soldoni: i poeti ermetici sono quelli che usando pochissime parole riescono a trasmettere un significato gigante che noi poveri mortali ci metteremmo libri interi per esprimere. E sia il vostro Ungaretti che il mio Montale sono tra i massimi esponenti di questo movimento. Ma il modo di raccontare quei significati giganti è uno l’opposto dell’altro. Vi faccio un esempio velocissimo che sono sicura che alla fine capite subito perché Ungaretti è stronzo.

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Mettiamo a confronto “Mattina” di Ungaretti (quella che sapete a memoria perché è composta da tre parole più un apostrofo) e “I limoni” di Montale (ahahah sì, i limoni che si danno in disco, va beh lasciamo perdere). Cominciamo da “Mattina” che è facile. Allora, in pratica Ungaretti si sveglia e si illumina. La luce è da sempre sinonimo di Verità (sì quella con la V maiuscola che nessuno sa mai di preciso che cos’è). Non solo Ungaretti si illumina di questa fantomatica Verità, oltre tutto questa luce è enorme e lui proprio ci si tuffa dentro all’immenso. «No va beh: genio». E invece no: stronzo. Perché Ungaretti, il bagno di Verità, se lo fa da solo. Lui, e solo lui, sa che cos’è sta Verità, ma ci considera così beceri che non sta nemmeno lì a perdere tempo per cercare di spiegarcelo. Volendo anche a noi interessa sapere che cos’è tutta sta Verità, si sa mai che ci torni utile. Ma no, a noi non è concesso. Beh, grazie mille Ungaretti, il tuo passaggio sulla terra è stato decisamente utile all’umanità.

E “I limoni”? Beh, “I limoni” sono quanto di più delicato si sia mai scritto. Solo che è una poesia lunga per essere ermetica, è per questo che a voi non piace: perché dovete leggere una cosa come 50 versi (i versi sono quelle righe che finisco prima della fine del foglio perché in poesia puoi andare a capo quando vuoi). Va beh, non sto lì a farvi vedere come Montale sia umile e tenerissimo quando nel rivolgersi a se stesso assume un tonto estremamente semplice, al limite dell’errore grammaticale, in totale antitesi con il pomposo linguaggio dei “poeti illustri”.

Che poi Montale ha vinto il Nobel per la letteratura, non dimentichiamocelo (sì, ok l’ha vinto anche Ungaretti). Il pezzo della poesia che ci interessa è alla fine, proprio nell’ultima strofa: quando il poeta, insieme a me, a te e a tutti noi che leggiamo, passeggia per una città senza colori, dove l’azzurro del cielo si fa vedere solo a pezzi e dove la pioggia ha ricoperto tutto di una fredda patina grigia. E d’un tratto, proprio durante questa passeggiata, lui e noi incontriamo un cancello lasciato socchiuso per sbaglio e che ci lascia intravedere un pianta di limoni giallissimi.

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.L’ultima strofa di Limoni, di Eugenio Montale

Eccola qui, la luce di Montale. E non è immensa, non è misteriosa, non è rara: è una pianta di limoni, semplice e bellissima. E fanculo ai poeti aulici, che con la loro lingua difficile hanno creato un mondo le cui chiavi solo loro le possiedono. A Montale, così come a tutti noi, basta un limone giallo e vivo per farci intravedere, nella fessura di un cancello mal chiuso, la Verità.

E il gelo del cuore si sfa.

Fine della spiegazione. Ora decidete voi se è meglio idolatrare un premio Nobel stronzo e arrogante oppure un premio Nobel umile e che si diverte saltando nelle pozzanghere.

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